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SPY FINANZA/ La "vendetta" della Germania contro l'Europa

Pubblicazione:lunedì 25 novembre 2013

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Gli esami non finiscono mai, come diceva, sin dal titolo, una commedia di Edoardo De Filippo. Specialmente nell’eurozona. Adesso vi è finita la Germania in base a uno dei numerosi protocolli inter-governativi redatti e firmati per rattoppare il Trattato di Maastricht, pensato frettolosamente (e redatto ancor più affannosamente) sotto la spinta dell’unificazione tedesca. Il protocollo cerca di regolamentare eccedenze e disavanzi delle bilance dei pagamenti. In particolare, si finisce sotto esame se il surplus supera il 7% del Pil. La Germania eccede questo tetto e, quindi, la Commissione europea ha aperto un’istruttoria.

Naturalmente ai tedeschi non garba affatto di essere sotto inchiesta per “eccesso di efficienza”. Prima che la procedura venisse aperta, due economisti italiani - Luigi Bonatti dell’Università di Bergamo e Andrea Fracasso di quella di Trento - hanno esaminato in dettaglio il “modello tedesco” nell’ultimo numero del Journal of Common Market Studies; hanno concluso che, per quanto neo-mercantilisti, inchieste e minacce di sanzioni non indurranno i tedeschi, che sono passati “per vent’anni di dolorose riforme”, a dare una mano ai paesi in difficoltà. Specialmente a quelli che, a torto o a ragione, vengono considerati scavezzacolli che hanno firmato i Trattati dell’unione monetaria pensando di comportarsi da “figliol prodighi”.

A Berlino, dove ho passato circa una settimana, non si respira aria affatto buona nei confronti dell’eurocrazia. Un economista autorevole e considerato europeista come Charles B. Blankart della Humboldt Universitat ricorda che nel 1991-92 tutti erano consapevoli che all’eurozona mancassero le caratteristiche di «un’area valutaria ottimale», ma speravano che i parametri di Maastricht (con annessi e connessi) e le forze del mercato avrebbero stimolato la convergenza dei settori produttivi. «Mentre, grazie alla “mano invisibile” l’economia reale ha tentato di effettuare gli aggiustamenti necessari, i governi hanno fatto l’opposto», sperando che andando ciascuno per la propria via prima o poi i governi più facoltosi avrebbero aiutati gli altri a togliersi d’impiccio perché la tenuta dell’unione era anche nell’interesse dei più virtuosi e dei più forti.

Le “sanzioni” che potrebbero essere comminate al termine dall’inchiesta della Commissione provocano irritazione e ironia. Il problema di come evitare squilibri troppo accentuati nei conti con l’estero - ricordano gli economisti tedeschi - fu una delle preoccupazioni principali di John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods, come mostra il carteggio con Roy Harrod. La conclusione fu che la sola “sanzione” può essere erogata dal mercato apprezzando il cambio (il prezzo di tutti i prezzi) del Paese con un attivo eccessivo. Keynes abbandonò la sua idea di una moneta unica “mondiale” (il bankor) per sposare quella di cambi sostanzialmente fissi, ma variabili entro margini stretti e se del caso aggiustabili (con rivalutazioni e svalutazione) in seguito a decisioni collegiali sulla base di analisi del Fondo monetario internazionale.


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