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FINANZA/ Il "materasso" che frega Draghi (e l'Italia)

Sulle due sponde dell’Atlantico, Mario Draghi e Janet Yellen devono far fronte a due situazioni diverse ma ugualmente complicate e difficili. L’analisi di UGO BERTONE

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Tremate banchieri, le scuse sono finite. Ieri Mario Draghi ha comunicato, al termine del direttorio della Bce, che “i nuovi prestiti Ltro alle banche possono arrivare a mille miliardi di euro purché vengano girati a banche e a imprese”. Per questo motivo queste operazioni non potranno prevedere l’acquisto di titoli di Stato, la destinazione quasi unica del primo prestito Ltro che servì scongiurare il tracollo dei conti economici delle aziende di credito europee (di Italia e Spagna in testa) consentendo ai banchieri di finanziarsi a poco più di zero presso la tesoreria della Bce per poi acquistare Btp o Bonos al 6-7%. Ora, passata l’emergenza, le banche devono collaborare a superare il credit crunch. A dirlo è nientemeno che Jamie Dimon, il numero uno di JP Morgan, di gran lunga il più autorevole banchiere Usa, per giunta oggi impegnato in una lotta drammatica contro un tumore.

È questo il messaggio più forte in arrivo dal direttorio della Banca centrale europea, ancor più significativo perché cade all’indomani di un discorso forte di Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, che si è spinta assai al di là dei consueti messaggi sul prossimo aumento o meno dei tassi. Sia Mario Draghi che il presidente della banca centrale di Washington hanno affrontato di petto la congiuntura dell’economia reale. Una volta tanto sono rimaste nel cassetto le consuete allusioni all’inazione della politica, i richiami alla necessità delle riforme che stentano a tradursi in azione in Italia o in Francia, paesi che non hanno dovuto applicare la rigida disciplina imposta dalla trojka in Irlanda, Portogallo o Grecia. E non è stata pronunciata la parola magica, ovvero flessibilità, che rischia di svuotarsi di ogni significato.

Sia Draghi che Yellen hanno cercato in modi diversi (nell’ambito di situazioni diverse) di andare al di là della congiuntura, che presenta problemi nuovi. In Europa, si sa, l’economia soffre di una drammatica crisi della domanda. La Banca centrale da tempo sta cercando in ogni modo di rimettere in moto un motore ingrippato, immettendo la necessaria liquidità per riparare guasti profondi inferti a strutture sociali deboli. Ma, nel frattempo, sorgono problemi nuovi.

Dietro la rigidità delle posizioni tedesche, ad esempio, si profila il duro confronto tra la scelta, ormai divenuta legge, di imporre un salario minimo (8,5 euro l’ora) nei contratti di lavoro oltre Reno. La violenza della reazione della Confindustria tedesca conferma che, al di là delle chiacchiere, buona parte del miracolo di Berlino si spiega con i mini-job, ovvero con lo sfruttamento della manodopera in arrivo da Est (finora pagata assai meno). Le tensioni interne si riflettono poi nell’atteggiamento della Bundesbank, preoccupata che la pioggia di denaro in arrivo presso la fascia più bassa del mercato del lavoro possa innescare l’inflazione e compromettere la competitività del made in Germany.