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VISTO DALLA CITY/ Brexit, Londra è divisa (e chiede consiglio a Varoufakis)

Pubblicazione:lunedì 9 novembre 2015

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Mancano ancora molti mesi al via della campagna ufficiale in vista del referendum sul posto della Gran Bretagna dentro o fuori dall’Europa, ma già diversi settori della società britannica s’interrogano su quali potrebbero essere le conseguenze di una “Brexit”, cioè dell’uscita dall’Unione europea. Una prospettiva che inquieta molti nella City di Londra. Anche se ci sono settori, come quello dei fondi hedge, che la vedono positivamente. Si tratta infatti di investitori che privilegiano il rischio alla ricerca di alti ritorni e quindi sono contrari alle restrizioni imposte da Bruxelles dopo la crisi finanziaria del 2007. Ma grandi banche, banche d’investimento e gestori finanziari in generale sostengono che uscire dall’Europa avrebbe un impatto negativo sul loro business e su Londra come centro finanziario globale.

L’impatto di una “Brexit” è stato discusso recentemente dagli esponenti della finanza nel corso di un summit del settore bancario a Londra, organizzato dal Financial Times. L’impatto su Londra come centro globale dei servizi finanziari sarebbe pesante, dice Colm Kelleher, presidente di Morgan Stanley Institutional Securities e CEO di Morgan Stanley International, la banca d’investimento statunitense. Le istituzioni finanziarie della capitale perderebbero grosse fette di business. Detto questo, aggiunge, “se il Paese debba restare nell’Europa o debba uscirne lo deciderà il popolo britannico e questa è l’essenza della democrazia”. James Bardrick, dirigente di Citi nel Regno Unito, spiega che c’è una crescente domanda, da parte della clientela della banca americana, di fare business oltre frontiera e in varie aree geografiche. Il fatto che la Gran Bretagna sia parte dell’Unione europea permette alla banca “di fare una serie di cose”. Al contrario, se non fosse parte dell’Europa, la banca dovrebbe cambiare il suo modo di operare e riallocare la sua forza lavoro. Ne risulterebbero “costi enormi e inefficienza”, che ricadrebbero sul cliente, dice Bardrick.

A introdurre una nota di cinismo ci pensa Yanis Varoufakis, l'ex ministro delle Finanze del governo Tsipras, dovenuto una star mediatica globale per sette mesi. “Il consensus in Europa è che la crisi del debito non sia risolta,” dice, aggiungendo che si tratta di una “crisi sistemica che non finirà mai”. Se potesse scegliere quale lavoro fare in Europa, risponde che vorrebbe essere il Cancelliere della Germania. Nel ruolo di Angela Merkel, Varoufakis presenterebbe un programma in quattro punti per risollevare l’economia dell’eurozona. Tale programma prevede anche la creazione di un fondo per la povertà sponsorizzato dalla Banca Centrale Europea e investimenti in energia pulita, startups tecnologiche e innovazione da parte della Nei.

E se per Varoufakis Bruxelles è “disfunzionale”, per Alexis de Rosnay, CEO di Canaccord Genuity UK, sull’intera questione di una “Brexit” pesa un “retaggio culturale” perchè è abbastanza normale che la gente non voglia “prendere ordini da qualcuno dal nome bizzarro, che sta in un paese lontano”.  


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