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Economia e Finanza

FINANZA/ Il "contagio" cinese nascosto nelle banche

Negli ultimi giorni si guarda con apprensione a quanto sta avvenendo sui mercati cinesi. GIUSEPPE PENNISI spiega che però il contagio può arrivare da un altro snodo

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Tutta la settimana scorsa, gli osservatori della finanza internazionale hanno guardato ogni mattina all’andamento della Borsa di Shangai e alle misure monetarie adottate dalle autorità cinesi con il timore di una nuova “tempesta perfetta” spinta dall’Estremo Oriente (dove - non dimentichiamolo - è in corso dall’estate 2015 una vera e propria guerra valutaria a colpi di svalutazioni competitive). Ha senza dubbio una buona dose di ragione Lucrezia Reichlin dall’avvertire, dalle colonne del Corriere della Sera, che nel 2016 appena iniziato “la zavorra dei mercati non è la Cina”. Indubbiamente, la decisione della Svizzera di interrompere, la scorsa estate, la parità centrale con l’euro, ha avuto effetti molto più traumatici. Ci sono, poi, focolai preoccupanti sulle piazze occidentali (nonostante i segni di ripresa, ancorché debole, dell’economia reale europea). E il contesto di politica internazionale non è certo rassicurante.

Tuttavia in Cina molti nodi stanno venendo al pettine e nessuno può prevedere cosa accadrà, data la notoria poca affidabilità delle statistiche pubblicate da Pechino e l’estrema segretezza dei processi in base ai quali nel Celeste Impero vengono prese le decisioni politiche - non solo di politica economica ma di politica tout court.

Già la scorsa estate, in occasione della prima “piccola svalutazione” dello yuan, su queste pagine abbiamo sottolineato come il modello di crescita adottato dopo “le quattro modernizzazioni del 1978” (alti tassi di risparmio e bassi tassi di consumo) era sostenibile sino a quando la Cina cresceva rapidamente grazie a un alto tasso d’investimenti scelti con cura. La valutazione e la selezione degli investimenti ha fatto difetto.

Nell’infrastruttura residenziale, ad esempio, si è puntato eccessivamente sulle costruzioni (che hanno rendimenti molto differiti nel tempo) e sull’edilizia residenziale (per agevolare il trasferimento della popolazione dalle zone rurali ai nuovi centri industriali). Non solo si è cementificata un area pari a circa 200 volte quella dell’Italia, ma si sono costruiti appartamenti dal costo medio di 100.000 dollari in aree dove il reddito familiare medio è 10.000 dollari. Nei nuovi centri industriali, impianti poco efficienti sono contornati da città fantasma prive di abitanti e da affollate bidonville.

Nel contempo, mentre il debito pubblico è rimasto al 50% del Pil (principalmente perché colossali industrie di Stato e grandi autonomie locali non sono contabilizzate nel perimetro della Pubblica amministrazione), il debito totale (famiglie, imprese, Stato, Province) è stimato al 282% del Pil. Sono stime da prendere con le molle (data la poca affidabilità - già ricordata - delle statistiche cinesi), ma talie da avvertire che ‘il momento della verità’, se non è già giunto, sta arrivando. Secondo due veterani della “scuola liberale” di economisti cinesi, Wu Jinglian (classe 1929) e Mao Yushi (classe 1930), “l’ora è fuggita” e oramai una recessione non può essere evitata, un “male necessario” per un profondo “cambio di rotta” e un “aggiustamento strutturale”.

Numerosi osservatori sottolineano che tale “momento della verità” penalizzerebbe il resto del mondo principalmente contraendo l’export verso la Cina. Non credo che sia questo il punto centrale della catena di trasmissione del “contagio”. Come sottolinea correttamente Paul Krugman, il “contagio” rischia di essere “psicologico” e “finanziario”. Krugman pone l’accento sui rapporti finanziari Cina-Usa. C’è un aspetto poco noto (forse allo stesso Krugman): la carente vigilanza bancaria in Asia.