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L'INTERVISTA/ Padre Sorge: "Così vedo Renzi, l'Italia e la Chiesa"

Pubblicazione:martedì 26 aprile 2016

Bartolomeo Sorge (Infophoto) Bartolomeo Sorge (Infophoto)

Padre Bartolomeo Sorge, già direttore della rivista La Civiltà Cattolica e direttore emerito di Aggiornamenti sociali, è stata una delle personalità più in vista del cattolicesimo italiano negli anni ottanta e novanta, quando per un decennio, dal 1986 al 1996, diresse l'Istituto di formazione politica "Pedro Arrupe" di Palermo, il laboratorio culturale e politico dal quale scaturono la cosiddetta "primavera di Palermo" di Leoluca Orlando e la sua "Rete", alleanza organica tra cattolicesimo democratico politico e forze di sinistra (poi confluita, nel 1996, nell'Ulivo di Romano Prodi). Padre Sorge ha tenuto di recente a Palermo una conferenza su "Papa Francesco: misericordia, giustizia e missione dei laici", nella quale ha formulato un giudizio molto severo sulla crisi italiana. Lo abbiamo raggiunto per un approfondimento.

 

Padre Sorge, lei definisce la crisi italiana al tempo stesso strutturale e culturale. Qual è la radice?

Sta in un processo che ha messo in crisi la democrazia rappresentativa, il fatto cioè che oggi non si crede più nel valore della rappresentanza. E questo vale non solo per i partiti, ma anche per i sindacati, che sono in crisi profonda, perché la vera politica, quella con la P maiuscola, è la democrazia partecipativa, quella in cui ciascuno, secondo le proprie possibilità, collabora al bene comune. 

 

L'Italia ha una lunga tradizione sociale e politica fondata sull'esistenza e sull'azione dei corpi intermedi, ma questi sono stati oggetto di un lucida demolizione a partire già dal 1922, nelle ricerca di un rapporto diretto tra cittadini e politica. Sono ancora utili?

I corpi intermedi sono fondamentali, non si possono saltare. Questa è la tentazione del populismo e dell'antipolitica, che sono le due malattie più gravi della politica. Così abbiamo sentito dire da alcuni: "Se la magistratura mi perseguita, non importa, perché se il popolo mi vota il popolo è sovrano e a lui devo rispondere". Oppure, altro esempio: "In Parlamento si perde tempo; vediamoci in un ristorante di Roma noi tre o quattro e decidiamo e poi gli altri votano". Così i deputati sono ridotti a notai: devono solo fare quello che il segretario impone. Aldo Moro aveva intuito tutto ciò e non a caso parlava di "terza fase". Bisogna arrivare — diceva — alla democrazia partecipativa di modo che ogni cittadino possa dare quello che può alla politica; ma questa è la cittadinanza attiva di cui i partiti hanno ancora bisogno.

 

Ma anche i partiti sono cambiati.

I partiti sono necessari, ma quelli di prima erano ideologici: c'era il segretario dall'alto che dava le direttive e in periferia bisognava solo adeguarsi. Così non può funzionare. Bisogna ripartire dalle città: non si può decidere a Roma quello che si deve fare a Palermo. Però bisogna partecipare e quindi ci sono questi passaggi intermedi che sono necessari. Per esempio: il voto di fiducia si può capire in certe circostanze, ma non può essere un'abitudine. Tornando a Moro, dobbiamo ammettere che non siamo riusciti ad avviare la terza fase, che prevedeva il passaggio alla democrazia partecipativa o democrazia matura. Se gli elettori ritengono inutile quello che votano perché altri decidono, questo è deleterio.

 

Quanto può aiutare, su questo punto, l'imminente riforma costituzionale sottoposta a referendum? 


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