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LEGGE SUI MAGISTRATI/ Una rivoluzione che mette fine a Tangentopoli

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La Camera ha approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.

Era dal 1988, anno in cui venne varata la legge Vassalli, di fatto inapplicata nonostante il referendum del 1987 vinto dai radicali e dai socialisti, che si attendeva una nuova normativa che disciplinasse questo delicato problema.

Evidentemente il clima generale di questo Paese è cambiato se è potuta passare una legge che, solo qualche tempo fa, avrebbe riproposto lo scontro istituzionale cui abbiamo assistito nell'ultimo ventennio.

Questo è certamente un dato positivo di cui prendere atto: si riesce a legiferare in tema di giustizia, senza alzare quelle barriere e fare quelle guerre ideologiche tra parti contrapposte che negli anni hanno contribuito solo a confondere i cittadini e a paralizzare le riforme.

L'altro dato positivo è che con la nuova legge viene affermato un principio importante: anche i magistrati, la cui funzione nel tempo è profondamente mutata, incidendo sempre di più nella "governance" del Paese con l'azione giudiziaria, devono rispondere del loro operato e delle loro decisioni quando cadono in errori gravi o addirittura in abusi che, spesso, si radicano in una visione ideologica della propria funzione.

E' un principio di responsabilità reale cui fino ad oggi la categoria della magistratura era di fatto sottratta senza giustificazione, ma solo per un potere acquisito a seguito di un consenso popolare guadagnato in un momento della nostra storia che ha coinciso con la debolezza della politica e il fenomeno di Tangentopoli, i cui effetti sul sistema si sono protratti fino ai giorni nostri.

La lamentela dell'Anm si sintetizza nel solito ritornello in base al quale anche una responsabilità indiretta come quella prevista dall'attuale legge (ossia il cittadino danneggiato si rivolge allo Stato che, a sua volta, può rivalersi sul singolo magistrato responsabile, fino alla metà del suo stipendio annuale) e senza il filtro di inammissibilità prima previsto, minerebbe l'autonomia, l'indipendenza e la serenità del giudice nella sua delicata funzione, per il timore di dover rispondere con il proprio patrimonio dell'eventuale errore.

Ebbene, non vi è chi non veda, viceversa, come tale eventualità dovrà indurre il magistrato a ponderare meglio le sue decisioni, ad operare con oculatezza e non con superficialità ed evitare le forzature indotte dalla pressione della collettività o dall'esposizione massmediatica o dall'azione aggressiva della pubblica accusa nel caso di vicende penali. Si chiede infatti alla magistratura — proprio per l'importante e delicata funzione che svolge — una particolare assunzione di responsabilità che, nella società moderna, non può essere disancorata da una sanzione economica che lo colpisca seppur in via indiretta, il cui effetto inevitabile altrimenti è una sorta di irresponsabilità di fatto, come è stato fino ad oggi.

Nel suo commento di ieri sul Corriere della Sera, Luigi Ferrarella ha visto il pericolo — come è accaduto nella cosiddetta "medicina difensiva" — di una fuga dalla responsabilità dei magistrati, al pari di quanto si verifica nel caso dei medici con il rischio di essere continuamente trascinati in giudizio. 



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