SCUOLA, COME RIAPRIRE?/ Frequenza, orari, prof: ecco perché devono decidere i presidi

- Luisa Ribolzi

Ieri il Governo ha incontrato le regioni per trovare una soluzione sulla riapertura delle scuole. Avverrà al 60% minimo degli alunni in presenza

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Mariastella Gelmini, ministro per gli Affari regionali, Con Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni (LaPresse)

A chi appartiene la scuola? Non vorrei che si pensasse ad una domanda retorica. Normalmente, quando si deve prendere una decisione, se ne fa carico chi ha il diritto/dovere di farlo, ed è in genere abbastanza chiaro chi sia. Nel groviglio di normative poco chiare, con in testa la sconsiderata riforma del Titolo V della Costituzione che attribuiva a soggetti diversi – lo Stato, le Regioni – competenze diverse, primarie e secondarie, forse anche terziarie (francescane?) e quaternarie (sul Tyrannosaurus Rex?), ulteriormente complicate dall’autonomia delle singole scuole, e dai pareri delle autorità sanitarie e di altri enti locali, per esempio i comuni che si dovrebbero occupare di trasporti, ogni decisione sulla scuola rimbalza dall’uno all’altro, senza una chiara visione e con conseguenze molto negative. Provo a riassumere le diverse posizioni, poi quando uscirà il decreto vediamo che cosa succede.

– Il problema principale è la salute. Potremo riaprire solo se e quando ci saranno margini di sicurezza molto superiori agli attuali. Dobbiamo impedire che il personale si ammali e che i ragazzi contagino nonni, parenti e vicini di casa non ancora vaccinati.

– Il problema principale è il learning loss, che detto in inglese fa più colpo, cioè la perdita di apprendimenti che non sarà (facilmente) colmata e porterà conseguenze in futuro non solo per i ragazzi che ne sono vittima, ma per l’intero paese, per cui bisogna riaprire tutto subito, o almeno quasi tutto quasi subito.

– Il problema è la perdita di socialità, per cui i ragazzi cadono in depressione, sono tristi e demotivati, o reagiscono con forme di aggressività sconsiderata, per cui bisogna riaprire tutto il possibile e intanto fornire loro occasioni alternative.

Ora, poiché come ognun vede tutte le posizioni hanno una parte di ragione, ma devono necessariamente convivere e fare i conti con il principio di realtà, ritengo che sia fondamentale decidere chi decide: in caso contrario si fa melina e tutti staranno a vedere che cosa succede in attesa di poter pronunciare le cinque parole più inutili della storia: “ve lo avevo detto io!”. Non essendo un virologo, né un politico, né un dirigente scolastico, provo a ragionare ad alta voce.

L’errore commesso finora è stata l’incapacità di abbandonare la logica centralistica del “tutti insieme appassionatamente” che governa da un secolo e mezzo la scuola italiana. L’Italia è caratterizzata da un’estrema diversificazione: climatiche, territoriali, di urbanizzazione. Le scuole hanno dimensioni e attrezzature diverse: pare che si sia trovato, al momento in cui scrivo, un accordo su una presenza del 60%, che essendo frutto di un compromesso ha la caratteristica del famoso pollo statistico: se io ne mangio due e tu nessuno, ne abbiamo mangiato uno ciascuno. La frequenza/pollo per alcune scuole è punitiva, perché grazie a favorevoli condizioni ambientali o alla lungimiranza dei presidi, con aggiustamenti di orario anche acrobatici, potrebbero accogliere il 70 o l’80% o anche tutti gli studenti; per altre scuole, con ambienti angusti, pochi fondi e scarsa imprenditorialità, rappresenta un traguardo irraggiungibile. Questo lo possono decidere solo i dirigenti, d’intesa con le famiglie, ma si andrebbe contro la logica centralistica.

Mi arriva in questo momento (siamo a tutto il rientro minuto per minuto) una dichiarazione del presidente dell’Associazione Nazionale Presidi che dice: è bene che siano i dirigenti scolastici a decidere le percentuali di studenti in presenza perché lo faranno considerando le condizioni del territorio e delle istituzioni scolastiche, garantendo la massima sicurezza per tutti”. Bravissimo, totalmente d’accordo: anzi, andrei oltre assegnando ai dirigenti non solo il compito di stabilire le percentuali, ma anche gli orari e l’utilizzo dei docenti.

In questa prospettiva di conoscenza del territorio, non ha molto senso avere chiuso in situazioni come i piccoli centri o le scuole a forte base territoriale (la scuola dell’infanzia, la primaria), in cui la maggior parte degli scolari va a scuola a piedi. In molti posti, anche in città, esistono da tempo le pedivie, o pediBus, o come lo si voglia chiamare, coinvolgendo le famiglie o i volontari nell’accompagnamento dei bambini. Stessi responsabili: i dirigenti, le famiglie, i comuni.

Infine, la situazione delle vaccinazioni e della diffusione del virus non solo è discontinua, ma cambia rapidamente anche su territori limitati, e questo lo sanno le autorità sanitarie, anche se è doveroso che i parametri siano fissati dal centro.

Naturalmente, non si può pensare di risolvere tutto solo con metodologie individualiste, per quanto creative, ma l’indicazione di alcuni parametri generali potrebbe essere sufficiente. Restano i GPI, Grandi Problemi Irrisolti, che sono solo tangenzialmente legati al percorso educativo: i trasporti (e vi risparmio l’infame gioco di parole sul concetto di percorso), l’arredamento, le vaccinazioni, la sanificazioni, la garanzia della presenza dei docenti. Leggo (ore 18,30, corriere.it) a conclusione dell’incontro fra Governo e Regioni: “Cominciare il 26 aprile con almeno il 60% degli studenti per arrivare appena possibile al 100%… Questa proposta mette d’accordo tutti. I tempi per mettere a regime il sistema dei trasporti e delle scuole superiori per riaprire in pochi giorni a tutti gli studenti sono troppo stretti”.

Mi sono persa qualcosa? Riaprire le scuole a tutti mi pareva fosse un obiettivo già dalla fine del primo periodo di chiusura, la primavera scorsa, e poi a settembre, e poi tutte le volte che si chiudeva: che questo comportasse la riorganizzazione degli spazi interni, l’adozione di orari differenziati, la rimodulazione del sistema dei trasporti, sono tutte cose che si sapevano da mesi. E adesso non ci sono i tempi? Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò.

La caccia al colpevole è uno sport molto praticato, in cui noi italiani possiamo vantare dei primati, ma è un’attività talvolta stupida, e spesso inutile. Cominciamo a dare spazio a chi può partire, anche come esempio e stimolo a chi ancora arranca, cominciamo a dare una mano ad alcuni ragazzi, anziché rassegnarci a bloccarli tutti perché “non c’è tempo”, adattandoci verso il basso come troppo spesso fa la scuola per un malinteso ugualitarismo.

Colgo alcuni segnali che mi paiono pessimi: genitori che minacciano di far causa alle scuole, alla regione, al Governo, forse anche alla Nato e all’Unesco, se il figlio si ammalerà; sindacati che si ribellano all’idea che forse sarebbe opportuno per un anno bloccare i trasferimenti per evitare il consueto marasma di inizio anno; politici delle più varie sfumature di colore che si dividono in aperturisti e chiusuristi per ricavarne un miserevole vantaggio elettorale… E i ragazzi? Non stiamo perdendo una generazione, come molti, e forse non a torto temono: abbiamo già perso innanzitutto l’idea di essere una comunità responsabile che agisce per il bene comune. Ma ci crediamo veramente che la scuola sia un bene comune?

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