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RAGIONE & FEDE/ Cari atei, cercate la coscienza nei neuroni ma l’"io" non perdona

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

Come è noto la Uaar (Unione Atei, Agnostici e Razionalisti) ha lanciato una campagna di sensibilizzazione alle “discriminazioni” cui sono sottoposti gli atei in una società, che però a quanto mi risulta è piuttosto secolarizzata e dove il credere in Dio non risulta molto popolare.

Quello che mi ha colpito è l'utilizzo di uno slogan nel quale alla parola “Dio” viene cancellata la D per farla diventare “io”; il messaggio conclude che 10 milioni di italiani fanno volentieri a meno di questa D e vivono bene, a parte le possibili discriminazioni.

Ovvio che difendersi dalle discriminazioni, e pretendere che non siano attuate, tollerate o giustificate da chiunque è sacrosanto (absit iniuria). Trovo interessante però analizzare questo messaggio, che a mio parere è opposto a quella razionalità scientifica che, almeno nella “ragione sociale” della comunità, viene sottolineata con giusto orgoglio.

Il fatto è che scienziati rigorosamente atei come Douglas Hofstadter e filosofi altrettanto atei come Daniel Dennet, tra i tanti, arrivano alla conclusione scientificamente ineccepibile che in un universo totalmente composto da campi, particelle, membrane, stringhe, e utilizzato come modello della realtà, senza il presupposto di una Trascendenza, di un Essere fuori da questo universo, l'io non può esistere. Si potrebbe correttamente affermare “senza Dio non c'è Io”.

Cercare la coscienza nei neuroni, a parte i nobili tentativi fatti, a partire da Cartesio (che se non sbaglio pensava alla ghiandola pituitaria) fino a Roger Penrose, che propone processi quantici che avvengono nei microtubuli associati ai neuroni, penso che equivalga alla affermazione attribuita a Gagarin, che non avendo visto Dio al di fuori della stratosfera si convinceva definitivamente della Sua non esistenza.

Hofstadter ad esempio, nel suo ottimo saggio Anelli nell'io, riprende i concetti che già una trentina di anni fa aveva espresso nel suo capolavoro Goedel Escher Bach: non esiste nella nostra mente una “coscienza” che costituisca quello che consideriamo il nostro Io, ma solo una serie concatenata di processi mentali che ci danno l'illusione di una continuità cosciente e responsabile. Ciascun processo per qualche istante domina tutti gli altri, ma poi “passa la palla” ad un successore, e così via. I processi mentali sono ovviamente (dal punto di vista scientifico) nient'altro che trasformazioni fisico-chimiche che interessano i nostri neuroni. Chiunque sia convinto di avere una coscienza, un Io, se ha una cultura scientifica mediamente aggiornata mi pare che abbia due scelte: o convive con la convinzione che la sua è solo un'illusione, o si comporta come il proverbiale calabrone, che in base a un (supposto) studio aerodinamico che dimostra scientificamente che non può volare, lo ignora e vola ugualmente.



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