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ARTE/ Guttuso, Incorpora, Messina: il dramma della storia rompe tutte le forme

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Salvatore Incorpora, I moti di Reggio Calabria del 1971 (Immagine dal web)  Salvatore Incorpora, I moti di Reggio Calabria del 1971 (Immagine dal web)

Alle pendici orientali dell'Etna, in un territorio di vigneti e di pini, si annida una "piccola capitale dell'arte del Novecento". Così Vittorio Sgarbi ha definito Linguaglossa; che non solo vanta chiese e sculture seicentesche, ma annovera un XX secolo di tutto rispetto, segnato com'è da personalità quali Francesco Messina e Salvatore Incorpora. Destini incrociati, i loro: Messina, nato proprio a Linguaglossa, doveva abbandonare precocemente quella couche per trasferirsi definitivamente al Nord; al contrario, il calabrese Incorpora sarebbe approdato ben presto in Sicilia, facendo della cittadina etnea la sua patria elettiva. I due non si incontrarono mai. Ma nel 1954, Incorpora scrive a Messina, rivendicando il proprio diritto-dovere al grido, alla deformazione, alla sgrammaticatura se necessario. Nella stessa lettera, affiora a un certo punto anche il nome di un altro artista siciliano, Renato Guttuso, che Incorpora ama includere fra i suoi riferimenti.
Si capisce che proprio a Linguaglossa abbia luogo adesso una mostra intitolata a questi maestri: "Guttuso Incorpora Messina. Inedite visioni ai piedi dell'Etna" (2 luglio-31 ottobre). Attraverso i loro quadri e le loro sculture, i tre si misurano, prendono atto fino in fondo l'uno dell'altro, trovano sinergie, si contraddicono magari, e con assoluta franchezza, come in un dialogo che non diviene dialettica in vista di una sintesi, ma si fa coesistenza di diversi, senza che nessuna posizione risulti egemonica.
I curatori di questa mostra, Vittorio Sgarbi e Antonio D'Amico, non intendevano officiare una liturgia del già noto, ma nemmeno semplicemente promuovere quanto non si conosceva; loro ambizione era piuttosto una proposta interpretativa, alla ricerca di significati e connessioni. Emerge così un tratto comune ai tre artisti siciliani, inclini a una fondamentale lealtà con il reale; lealtà che si traduce in salvaguardia del figurativo. Su questa piattaforma condivisa, crescono peraltro divaricazioni non indifferenti. Messina cerca in ogni cosa l'idea di essa, e modula le forme sottraendo gli aspetti contingenti, con esiti di assoluta e lirica essenzialità, sia nei casi di statica quiete (come la Venere del Brenta) sia in quelli, solo in apparenza contrapposti, di vertiginoso dinamismo (è presente alla mostra uno dei suoi caratteristici cavalli). Al contrario, Guttuso e Incorpora sentono la pressione della storia e rendono testimonianza ai suoi scorci e frangenti, a costo di assumere entro le coordinate dell'arte la cronaca stessa, con le sue sporgenze più o meno effimere, perfino uno sciopero o una manifestazione di protesta. Mettere a fronte questi tre artisti conduce inevitabilmente a una conclusione del genere: uno sta a sé, gli altri due costituiscono un binomio solidale. Tuttavia, questa non è ancora l'ultima parola, poiché quel tandem, se osservato più da vicino, in se stesso, risulta meno compatto di quanto si poteva inizialmente credere.



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