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ELEZIONI USA 2016/ Clinton o Trump, l'Europa ha già perso

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Donald Trump e Hillary Clinton (LaPresse)  Donald Trump e Hillary Clinton (LaPresse)

Nell’autunno di otto anni fa dall’America partì una crisi finanziaria senza precedenti nel secondo dopoguerra. Oggi dagli Stati Uniti arriva una crisi politica che rischia di provocare sconquassi altrettanto gravi. Se martedì vincerà Donald Trump la crisi sarà più acuta, ma resta profonda e tutt’altro che risolta anche se vince Hillary Clinton. La crisi politica è figlia di quella economica? Solo in parte. Il distacco tra classi dirigenti ed elettorato si era manifestato già da tempo, così come la disarticolazione dei partiti-coalizione; lo stesso può dirsi per la delegittimazione delle istituzioni e la separazione culturale prima che economica tra “chi sa” e “chi non sa”, non solo tra “chi ha” e “chi non ha”, come si dice comunemente. Queste contraddizioni endogene erano state mascherate dalla vittoria sull’Unione sovietica e dal lungo ciclo di espansione globale, ma l’onda lunga della società post-industriale scavava come una talpa ed erodeva gli equilibri della fase storica precedente.

Trasformazioni profonde, che hanno una componente demografica, una dimensione sociale, una ricaduta politica e impongono una sorta di agenda comune. “Chiunque risulti eletto - ha scritto Luigi Zingales su Il Sole 24 Ore - attuerà una politica fiscale più espansiva, una politica estera isolazionista e avrà una maggiore riluttanza a firmare trattati di libero scambio”. Diciamo che Trump sarà più apertamente protezionista rispetto a Hillary e più rigido nei confronti degli immigrati, innalzerà un muro fisico, anziché simbolico; America first diventerà America alone, per lo meno finché non capiterà una nuova minaccia fondamentale alla sicurezza del Paese. E si può stare certi che prima o poi capiterà, perché il terrorismo islamico non è vinto, così come con sono risolte le profonde fratture che ne hanno favorito l’espansione (a cominciare dal caos assoluto in cui è precipitato il Medio Oriente).

Le tre costanti politiche individuate da Zingales, quelle che l’economista chiama “la direzione di marcia del prossimo Presidente”, già di per sé sono destinate a gettare instabilità e incertezza nel mondo intero, a cominciare dall’Europa. Una politica fiscale più espansiva, in sostanza riduzioni delle imposte o aumenti delle spese in deficit, significa far aumentare il debito americano con un impatto significativo sul dollaro. Una svalutazione del biglietto verde significa una rivalutazione dell’euro e un colpo alle economie europee dove le esportazioni hanno un ruolo guida, come l’Italia. Se, per evitare un crollo del dollaro con fuga di capitali verso l’Asia, la prossima amministrazione spingesse la banca centrale ad aumentare i tassi in modo improvviso, come accadde nella prima metà degli anni ‘80, s’innescherebbe una concorrenza spietata sui mercati finanziari per attrarre i capitali fluttuanti, che andrebbe anch’essa a svantaggio dell’Europa la quale cresce poco e investe ancor meno. Il Vecchio continente ha bisogno, per riprendersi, di una lunga fase di stabilità e di un coordinamento delle politiche monetarie e fiscali tra area del dollaro e area dell’euro. Il neo-isolazionismo va in senso opposto.



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COMMENTI
07/11/2016 - Globalisti buoni e sovranisti cattivi (o no ?) (Tiziano Villa)

Non ho capito se Cingolani esponga le idee sue o di Zingales. Ma la chiave di lettura non sembra corrispondere alla realta'. Ovviamente all'Italia farebbe bene un quadro mondiale pacificamente favorevole ai commerci, per poter esportare i nostri manufatti e importare quanto serve. Ma se tutto non e' cosi' roseo non sembra colpa delle oscure forze politiche sovraniste che vorrebbero chiudere i confini. A che cosa e a chi dobbiamo il fatto che il Nord Africa, e il Vicino e Medio Oriente sono delle polveriere, quando sarebbero sbocchi naturali della nostra economia ? A quei cattivoni dei sovranisti nostrani o alla politica globalista degli Stati Uniti perseguita per decenni da Bush a Obama? La frase "E uno così folle da lasciare che il fondamentalismo islamico metta a ferro e fuoco i pozzi del Golfo Persico?" sfida il ridicolo. Da dove e' venuto fuori questo fondamentalismo islamico che improvvisamente ha messo a ferro e fuoco terre e popoli di quelle zone? Da qualche madrassa del deserto o da un piano coordinato tra Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar etc. che ha creato un caos controllato destabilizzando tutta l'area a forza di cambi di regime. A proposito cambiare il regime in Arabia Saudita, no. vero? i globalisti americani quello non lo fanno. Si potrebbe continuare facilmente per concludere che quest'analisi ha lo spessore intellettuale della carta velina.