Educazione
giovedì 18 marzo 2010
Sono state rese note le Indicazioni sugli obiettivi specifici di apprendimento per i licei. Ora si apre la discussione con il mondo della scuola: un confronto ad ampio raggio che coinvolge scuole, associazioni, accademie e enti di ricerca. Giorgio Chiosso, pedagogista e docente all’Università di Torino, fa parte del gruppo tecnico di lavoro che lunedì ha consegnato le Indicazioni al ministro Gelmini.
Professore, quali sono i criteri che hanno fatto da guida al vostro lavoro?
Penso di poter dire che il principale criterio che ha orientato la stesura delle Indicazioni è stato quello della coerenza con il principio dell’autonomia delle scuole. È un aspetto finora poco sottolineato da quanti in questi giorni hanno commentato i documenti provvisori resi noti dal Ministero. Questa è la scelta e al tempo stesso la novità strategica delle Indicazioni. Non più i Programmi prescrittivi dall’A alla Z secondo una pedagogia ministeriale che, nel trascorrere delle stagioni politiche, è di volta in volta cambiata, ma la semplice indicazione di ciò che non si può non insegnare e non sapere per essere un cittadino italiano ed europeo consapevole.
Detta così sembra semplice. Lo Stato ha fatto «marcia indietro»?
Lo Stato non ha una sua pedagogia. Spetta alle scuole tradurre in processi di apprendimento e in azioni educative i nuclei essenziali e irrinunciabili fissati dalla Indicazioni. È su questa base che ogni studente è tenuto ad acquisire le proprie conoscenze e a maturare le competenze personali. Dico competenze personali perché le competenze non possono essere definite una volta per tutte, ma rappresentano una laboriosa conquista personale rispetto alle conoscenze acquisite.
Questo per quanto riguarda l’autonomia. E poi?
Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista a Giorgio Chiosso
"La scuola ha come scopo di fornire il sapere, che poi si traduce in competenza nella misura in cui è un sapere che ciascuno personalizza" è affermazione che diverge da quanto formula l'art. 2 della legge 53/2003 che afferma: "sono assicurate a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità, generali e specifiche". Il legislatore assegna alla scuola la responsabilità di organizzare percorsi d'apprendimento per promuovere comportamenti produttivi: le conoscenze sono lo strumento operativo. L'articolo, invece, propone una scuola modellata come un'università, non ne riconosce e ne valorizza il mandato, nega la specificità della professionalità del docente e ne banalizza la funzione. La deresponsabilizzazione delle scuole traspare anche dall'asserzione: "ogni studente è tenuto ad acquisire le proprie conoscenze e a maturare le competenze personali". Per fortuna i nuovi regolamenti non hanno questa impostazione: i paragrafi relativi all'organizzazione dei percorsi indicano, senza ambiguità, che la didattica tradizionale, quella dell'ascolto e della comprensione, è superata. Nasce spontaneo un quesito: com'è possibile che un componente del gruppo tecnico di lavoro del ministro Gelmini non percepisca la natura dei problemi formativi/educativi/di insegnamento di cui si sostanzia l'autonomia della scuola [DPR 275/99]?
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