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SCUOLA/ L'utopia del '62 ha fallito. E ora che fare?

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Poiché la politica è furiosamente intenta ad altro, possiamo ritagliarci uno spazio estivo per ri-pensare, fuori dalle contingenze politiche, il destino del nostro sistema educativo nazionale. Che sia travolto da una crisi irreversibile solo pochi “negazionisti” lo... negano. Si dividono in due categorie: quelli che... “la mia esperienza” e quelli che...”non cambierà mai nulla”. Alla prima categoria appartiene chi dice: “sono un bravo maestro, i ragazzi mi seguono affascinati verso le vette del sapere, come Dante Beatrice. Mi seguono, quali che siano le condizioni ambientali”. La teoria è: c’è sempre del positivo, che importa del sistema e dell’ambiente circostante? Conta l’esperienza, il resto è “progetto”, “politica”, “ideologia”.


Alla seconda categoria appartengono i realisti cinici: “la condizione è questa da sempre, cambiare è impossibile, siamo minoranza, tanto vale adattarsi e ricavare qualche spazio di libertà e qualche fringe benefit, qui e oggi”. La traiettoria è “dalla minoranza creativa alla minoranza conservatrice”. Spesso le due posizioni convivono schizofrenicamente inconsapevoli nella stessa persona e nella stesso soggetto collettivo. Eppure, la stragrande maggioranza degli insegnanti, dei genitori, dei ragazzi fa quotidianamente tutt’altra “esperienza”: la crisi del sistema educativo è ormai un fatto pubblico e globale. E’ una crisi di culture e di strutture, che hanno funzionato per circa duecento anni e che oggi sono squassate dallo tsunami della globalizzazione.


Gli istituti scolastici, organizzati in sistemi nazionali, stanno cessando di essere luoghi della conoscenza e perciò dell’educazione. Sono centri di erogazione dei servizi del Welfare: assistenza, socializzazione, intrattenimento, parcheggio, differimento. Il tempo della società italiana si sta stirando in avanti: adolescenza lunga, giovinezza a oltranza, maturità rinviata. La scuola e l’Università si sono passivamente allineate alla transizione lunga verso la vita reale. Non che i ragazzi non accedano più al sapere: ma non passano più principalmente attraverso la scuola. Le conseguenze sono oggetto di una vasta letteratura, che qui possiamo solo sintetizzare in una sola: la rottura del paradigma millenario dell’educabilità, la disruption del filo diacronico che tiene insieme le generazioni.


Generosa di indagini e di analisi fenomenologiche, la suddetta letteratura sul sistema educativo continua, tuttavia, ad essere dominata dai tradizionali blocchi ideologici di cultura politica per quanto riguarda l’individuazione delle cause. “Cultura politica” significa qui, per un verso, una certa visione del rapporto tra la società italiana, le istituzioni, il sistema educativo – una politics - e, per altro verso, un conseguente set di proposte di politiche – le policies -. C’entrano poco le antropologie e le pedagogie, comunque curvate dentro “la visione”. Quanto al centro-destra, l’idea di fondo che si è affermata nell’ultimo periodo è che la crisi del sistema sia dovuta alla “catastrofe del ’68”: lassismo antiautoritario, 6 politico, egualitarismo esacerbato, “tutti promossi”, umiliazione sociale e professionale degli insegnanti, fine dei Programmi nazionali, perdita della Grammatica ecc...


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COMMENTI
03/08/2010 - Concordo (enrico maranzana)

Concordo: educazione può significare “introduzione alla realtà totale”. Il “logos”, cioè la conoscenza, è lo STRUMENTO fondamentale per l’accesso alla realtà. Tale finalità, implicitamente, gerarchizza le responsabilità della scuola;dalla formazione.. all'educazione realizzata attraverso l'insegnamento. Resta da specificare cosa si debba intendere per "introduzione alla realtà totale", specificazione indispensabile per progettare, coordinare e controllare il servizio scolastico: l'assenza di obiettivi, definiti per elencazione in modo circostanziato, impedisce il governo dei processi d'apprendimento.

 
02/08/2010 - URGE UNA STRADA NUOVA. (Gianni MEREGHETTI)

Grazie a Giovanni Cominelli per l'acuta analisi della storia recente della scuola italiana, analisi che permette di capire la crisi in cui versa la scuola oggi. Spero che chi si pensa riformatore faccia tesoro dei giudizi di Cominelli, perchè senza tenerne conto rischierebbe di commettere ulteriori e più gravi sfracelli. Io non sono certo capace di stare al livello dell'analisi di Cominelli, mi mancano le sue conoscenze e la sua genialità; mi permetto solo e timidamente una osservazione, riprendendo il suo incipit. E' vero che nella scuola vi è sempre stata una frattura fra esperienza e istituzione, diversi sono stati i tentativi di saldare questa frattura, riformisti e rivoluzionari, tutti con l'idea di creare un sistema scolastico perfetto. Oggi è evidente che nè riforme nè rivoluzioni creeranno questo sistema, e allora? Urge una strada nuova, io penso che la si debba trovare nella positività dell'esperienza. Che l'esperienza ridisegni il sistema scolastico, questa mi pare la sfida. Ma chi è disposto a correre questo rischio? Cominelli sì, io anche ma questo è irrilevante e poi?

RISPOSTA:

Ecco, Gianni, la tensione tra “esperienza” e “istituzione” o tra “movimento” e “istituzione” è strutturale e, credo ineliminabile. Il primato è dell’esperienza, se intesa in senso integrale come “Erlebnis (esperire e conoscere vivente della realtà che viene avanti e sempre eccede la nostra intelligenza) e come giudizio autocosciente dell’Erlebnis stesso e pertanto come prassi di cambiamento delle istituzioni che restano indietro rispetto a quella esperienza. Se non è intesa così, resta un’“empiria” immediata. Nello specifico del sistema educativo, la contrapposizione è stata tra “persona” e “cittadino”. I sistemi educativi devono essere tagliati sulla persona, su ciascuna persona, non sul “cittadino seriale”. Il che implica una rivoluzione culturale notevole. A mio parere, occorre approfondire il concetto di "esperienza", che nella vulgata è diventata il grimaldello che apre tutte le porte. Sembra il concetto di più immediata comprensibilità, in realtà è una scatola nera. Ma su ciò mi permetto di rinviare a un saggio di Gustavo Bontadini" SAGGIO DI UNA METAFISICA DELL'ESPERIENZA". E' del 1938. A seconda di come la si intenda, si capiscono i legano essenziali con la prassi e con la politica. Altrimenti la contrapposizione è immediata e produce autismo dell'esperienza e opportunismo della politica. G.C.

 
02/08/2010 - da dove nasce ogni 'fallimento'educativo (CARLA VITES)

Cominelli, bravissimo nel descrivere l'evoluzione storica dei fenomeni, dovrebbe anche spingersi a contestualizzarli un po' di più. Dalla Legge Casati in poi, se il filo conduttore è da lui rilevato correttamente, non viene proposto il criterio generativo del medesimo. Con le parole del cardinal Bagnasco:"L'educazione della fede non è un elemento accessorio rispetto all'intero processo educativo, ma vi appartiene di diritto con un ruolo centralissimo" Esattamente quanto la classe dirigente libera-massonica che ha fatto l'unità d'Italia ha metodicamente contrastato usando ed abusando anche proprio della Scuola. Infatti , la fede è stata avvesrata con una critica che la pone in discussione NEI SUOI FONDAMENTI a partire dalla rilevanza di Dio e dell'opportunità che di Lui si parli nella sfera pubblica.Ancora -forse- è possibile 'ripensare' a tutto il nuovo che il mondo dell'educazione attende -vedi Cominelli-ma solo certi che"trascurare la dimensione della fede in ambito educativo vuol dire FERIRE la stessa DIGNITA' dell'uomo" (Bagnasco, 16 Luglio 2010)

RISPOSTA:

L’approfondimento dei fondamenti teorici del modello Casati e successori l’ho già fatto in altre occasioni. Per riassumere qui: è stata la riduzione della “persona” a “cittadino” e l’affermazione dell’Assoluto dello Stato - quale verità ultima delle persone (che perciò sono ridotte a cittadini di Stato) e della società – a comandare la costruzione del paradigma. Donde la privatizzazione di tutte quelle dimensioni della persona – per es. quella religiosa – che non rientravano nella “cittadinanza di Stato”. Dalla legge Le Chapelier del 1791 fino ad oggi, quella è stata la traiettoria. Va aggiunto che molti “religiosi” ancora non se ne sono accorti o, peggio, respirano tranquillamente questo “pensiero unico”. Giovanni Cominelli

 
02/08/2010 - Insubordinazione, non utopia (enrico maranzana)

Ricercare le cause del disastro del nostro sistema scolastico: ecco il punto di ingresso al problema. E' fuorviante bollare l'innovazione del 62 come utopica, bisogna invece capire perché è fallito l'adeguamento del servizio scolastico ai nuovi scenari socio-culturali, non più statici ma dinamici e complessi. Un esempio: i programmi delle scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali della scuola media non dovevano essere assunti come vincolanti, ma essere "strumento e occasione" per la promozione di specifici processi di apprendimento. Questi avrebbero dovuto sviluppare e consolidare le capacità di: "esaminare, riconoscere, registrare, porsi problemi e prospettare soluzioni, verificare se vi è rispondenza tra ipotesi formulate e risultati sperimentali ...". L'accidia degli operatori scolastici non è stata scalfita dalle nuove direttive; tipica l'asserzione: "La nostra scuola è seria, rigorosa .. studio e disciplina caratterizzano la vita delle classi". L'analisi dei libri di testo, che per la legge del mercato esprimono il sentire dei docenti, documenta inequivocabilmente l'immutabilità della didattica fondata sulla mera trasmissione di conoscenze. Chiudo richiamando l'essenzialità della condivisione del linguaggio. Quale stravolgimento semantico subisce la frase "gli istituti scolastici sono luoghi della conoscenza e perciò dell’educazione" se a “educazione” attribuiamo il suo significato etimologico (sviluppo e potenziamento delle capacità dei giovani)?

RISPOSTA:

Una volta tanto il titolo del Sussidiario mi piace. L’idea di consentire ad ogni persona di accedere ai livelli più alti del sapere era necessaria e dovuta, non era affatto utopica. Il guaio è stato che l’apparato educativo è rimasto tarato per pochi. La mancanza di coraggio politico e di audacia intellettuale delle classi dirigenti nonché della grande maggioranza dei dirigenti e degli insegnati degli ultimi cinquant’anni ha trasformato la riforma del 1962 in “utopia”, qui sinonimo di irrealismo e inconcludenza. Nel mio lessico, certamente opinabile, educazione significa “introduzione alla realtà totale”. Il “logos”, cioè la conoscenza, è lo strumento fondamentale per l’accesso alla realtà, benché non unico. E la scuola dovrebbe essere il luogo del “logos”. G.C.