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SCUOLA/ "Senza oneri per lo Stato": perché i cattolici sono stati sconfitti?

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Giovanni Gentile (1875-1944; immagine d'archivio)  Giovanni Gentile (1875-1944; immagine d'archivio)

Come è noto la questione scolastica ha rappresentato a lungo, non solo in Italia, ma in tutta l’Europa continentale, uno dei maggiori punti di attrito tra i cattolici e il nascente Stato moderno, anche nella sua forma liberale. Tutto il secolo XIX è percorso da questo confronto che rappresenta quasi la carta di identità politica del cattolicesimo politico. Il Belgio, Stato nato per risolvere il conflitto che nei Paesi Bassi contrapponeva i calvinisti, maggioritari, ai cattolici, si fonda su un compromesso, accettato dal Papato, che vede da un lato i liberali garantire ai cattolici un regime di libertà di insegnamento e dall’altro i cattolici accettare la possibilità di inserire il divorzio nella legislazione matrimoniale. E ciò documenta quanto già allora fosse considerata importante la libertà scolastica. In Francia il tema della libertà di insegnamento passa attraverso diverse vicende che culmineranno, all’inizio del nuovo secolo, nelle leggi del ministro Combès che sanciscono la completa laicizzazione del sistema di insegnamento pubblico.

In Italia il primo Congresso dei cattolici, tenutosi poco dopo la presa di Roma e la dichiarazione da parte di Pio IX del Non expedit relativo all’impegno dei cattolici nella vita politica del nascente Stato unitario, si apre con un ampio e argomentato intervento di D’Ondes Reggio che ha come oggetto la rivendicazione della libertà di insegnamento. Nella Germania, diventata, dopo la vittoria sull’Austria prima e sulla Francia poi, Impero tedesco sotto l’egemonia della Prussia, divampa il Kulturkampf (lotta per la cultura). Anche qui il cuore del problema non è tanto la affermazione di un principio ideale quanto la richiesta di uno spazio ampio di libertà nel campo della cultura, e quindi dell’educazione e della scuola; il nome non deve ingannare: in realtà il confronto aveva come oggetto una “libertà di fare” (scuole e istituzioni), senza la quale viene di fatto negata la libertà di essere partecipi della vicenda storica del proprio paese a partire dal proprio bagaglio di convinzioni e dalle strutture sociali da esse generate.

In Italia i termini del confronto trovano un primo punto fermo nelle norme previste dalla legge Casati (1859) che, come è noto, ha un cardine nel monopolio del Governo sull’istruzione pubblica, pur riconoscendo di fatto alcune deroghe. Sul mantenimento o meno di queste deroghe si accentra il confronto politico in cui spicca la polemica sull’insegnamento della religione nella scuola elementare, prevista dalla legge Casati, e successivamente messa in dubbio nel 1877 dalla legge, voluta dal ministro Coppino, che, stabilendo per tutti l’obbligo di frequenza ai primi tre anni di scuola elementare, non indica l’insegnamento della religione tra quelli previsti dal nuovo curricolo obbligatorio. Verso la fine del secolo inizia ad essere messa in questione la attribuzione ai Comuni della gestione della scuola elementare. La presenza diffusa, in molti casi maggioritaria, di cattolici nelle amministrazioni comunali infatti permetteva loro di avere un peso sull’educazione del popolo anche attraverso lo strumento della scuola elementare.



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