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SCUOLA/ Dire no alle 24 ore è difendere il peggiore statalismo?

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Sembra che l’accordo, tra i partiti che sostengono Monti, sia stato raggiunto. Parlo della questione del passaggio dalle 18 alle 24 ore di insegnamento dei docenti. Resta il problema della copertura finanziaria, cosa per niente facile, viste le tante questioni aperte. Si arriverà alla cancellazione delle 6 ore in più oppure ad un compromesso a 20 o 21 ore? Difficile fare previsioni. Nel frattempo, stanno circolando diverse ipotesi di copertura finanziaria, alcune esterne (come il solito prelievo dalle spese militari, solito perché in tanti ci provano nelle diverse commissioni parlamentari), altre interne, come la riduzione del compenso dei commissari di maturità, oppure del fondo di istituto, o il taglio dei distacchi sindacali e ministeriali, ecc… Ma scovare tagli per 183 milioni di euro non è cosa facile. Perché, come è per la scuola, è anche per tutte le poste di bilancio, per cui è già da ora guerra aperta, per lo più sotterranea, tra tutti i “portatori di interesse”. Sempre che non salti la volontà del governo dei “saldi invariati”, cosa non scontata vista la situazione politica. L’unica certezza è la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

Resta perciò alta la tensione nelle scuole, al di là della promessa che la scelta del governo non passerà. Non solo per la questione in sé, cioè un aumento del lavoro senza aumento di stipendio, ma, in primo luogo, per il modo brutale adottato dal governo. Senza alcuna discussione preliminare, senza una valutazione di merito, come se la scuola fosse insignificante, irrilevante. Non solo. Ancora più difficile da accettare è il fatto che così viene disconosciuto il valore di chi la scuola la prende sul serio, con passione culturale ed educativa, col pensiero rivolto al bene dei propri ragazzi, al di là di questioni sindacali o stipendiali.

Ad essere sincero, come preside di un liceo con 2mila studenti e 160 docenti, mi aspetto sempre, anche dai grandi giornali e tv, dei contributi di comprensione della “scuola reale”. Ma non sempre sento avvertita l’esigenza di comprendere i problemi a tutto tondo; oltre anche le letture sindacali, troppe volte corporative e in molti casi sposate in modo acritico da alcuni esponenti politici, troppo preoccupati, più che dei problemi aperti, delle conseguenze elettorali. Perché se c’è un limite italiano, quando si affrontano le questioni di fondo, è questa situazione, tutta italiana, di permanente campagna elettorale, nella quale i problemi veri non vengono mai affrontati per non scontentare questo o quel settore, questi o quegli interessi di parte, ignorando cosa voglia dire “bene comune”. Cioè un bene il cui valore non può dipendere dalle opinioni, nel caso della scuola, dei docenti o dei presidi, essendo, in quanto “servizio pubblico”, un “bene sociale”. Per questo la scuola dovrebbe essere il primo settore di applicazione di una logica sussidiaria, e non più centralistico-statale, proprio perché, in quanto “servizio”, è di diretta responsabilità delle comunità locali. Come già avviene, con ottimi riscontri, in alcuni Paesi europei, ed in Italia nel nostro Trentino.



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COMMENTI
31/10/2012 - ...Quindi! (Valentina Timillero)

Bellissimo articolo, che oltre a far capire ai non addetti ai lavori quello che sta succedendo nel Palazzo, offre una condivisibile chiave di lettura dei mali che ammorbano la scuola e che indirettamente fanno del male anche ai nostri figli. Senza maggiore libertà e autonomia (di gestione, economica, di assunzione del personale, etc.) la nostra scuola sarà condannata. Uno può essere anche un bravo insegnante, avere fascino, insegnare bene la sua materia, ma se poi grida contro la scuola privata, o riduce tutto ad una rivendicazione di tipo sindacale che prescinde dal merito (il sapere, la cultura non si vende, orrore!), quello che “vive in classe ogni mattina” - cfr. il lettore che mi precede - non basterà affatto. Perché “l’avventura educativa” di tanti, troppi docenti non è ancora divenuta giudizio politico improntato a criteri di vera libertà (educativa)? Questa è la domanda che mi pare decisiva. Il fascino, da solo, non basta.

 
31/10/2012 - Ma c'è anche chi dall'interno ci lavora! (Fabrizio Foschi)

L'idea della scuola come "servizio pubblico" è condivisibile fino ad un certo punto: troppo vicina alla asettica prospettiva del "centro civico" caldeggiata dal ministro Profumo. La scuola è un ambito in cui si realizza il fenomeno della conoscenza, per gradi e per livelli. Essa ha bisogno di insegnanti, intesi come personalità e non come funzionari o addetti alla socializzazione. Condivisibile è invece l'urgenza posta sulla valorizzazione e articolazione della professione docente. A proposito dei temi della liberalizzazione della carriera del docente, delle modalità di reclutamento che eventualmente includano la chiamata diretta delle scuole, delle forme delle governance, non è del tutto esatto che dagli stessi addetti ai lavori non provengano segnali. Come associazione Diesse siamo fortemente impegnati su questi punti, come dimostra per esempio il manifesto "Quale docente e quale scuola per l’emergenza educativa e il futuro del Paese?" (crf. www.diesse.org) che stiamo diffondendo nelle scuole in questi giorni.

 
31/10/2012 - quindi? (Gianni MEREGHETTI)

Giusta l'analisi, giustissima! Da una parte un errore grosso come un palazzo dall'altra il corporativismo, e allora? Quale strada potremo prendere? La strada per la scuola non può essere quella viziata da una questione economica, il valore delle ore di lezione non può dipendere dal fatto che si debbono recuperare 183 milioni di euro, questo è il vizio dello statalismo ma anche del corporativismo. Come uscire da questi due vizi, entrambi terribili, distorcenti la realtà? Semplice! La strada c'è già, è quella di ciò che si vive in classe ogni mattina, bisogna ripartire da lì, dal fascino dell'avventura educativa, bisogna rimettere a tema dove stia questo fascino, che cosa lo faccia permanere e crescere. Questo è il tema centrale, che cosa rende affascinante insegnare!