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SCUOLA/ Rembado (Anp): il "buonismo" dei sindacati fa male alla valutazione

I punti fermi della valutazione secondo GIORGIO REMBADO (Anp). La valutazione non può prescindere da una misurazione; valutare i docenti è indispensabile ed è un fattore di libertà

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È positivo che il tema della “valutazione” sia tornato ad emergere nelle ultime settimane, in alcune riflessioni di associazioni professionali (anche se, su qualche aspetto, non se ne condividono le conclusioni) e nelle considerazioni di soggetti istituzionali, come il commissario Invalsi. Si tratta di un argomento da sempre caro all’Anp – che a più riprese ne ha fatto oggetto di studi ed analisi ed anche di proposte – ma sempre trascurato, quando non apertamente considerato come un tabù per molti altri attori del sistema di istruzione.

Ancor più positivo è che qualcosa si cominci finalmente a fare in concreto – sia pure in via sperimentale e fra mille resistenze – per passare dalle parole ai fatti: dalle prove Invalsi alla sperimentazione Vales allo schema di decreto sul sistema nazionale di valutazione. Certo, tutto è perfettibile: ma il vecchio argomento polemico secondo cui si può “fare di meglio” comincia ormai a mostrare la corda. Migliorare si può, ma è bene farlo sulla base dell’esperienza e non di astratte analisi “pregiudiziali”, che nella pratica servono solo a rinviare sine die il momento della decisione.  

Se mai, il rischio che noi intravvediamo è che possa accadere con la valutazione quello che è accaduto in un recente passato con l’autonomia delle scuole: avversata da tutti per lungo tempo, poi improvvisamente “diventata di moda”, quando non era più possibile ignorarla. Ma sulla quale tutti si dicono d’accordo a parole, salvo non metterla in pratica. 

Noi siamo convinti che nelle questioni complesse – e questa lo è – occorre prima di tutto distinguere per capire. Cerchiamo quindi di prendere in considerazione alcune delle criticità più frequentemente richiamate.

- È vero che i test Invalsi sono soprattutto “misurazione” di apprendimenti e non “valutazione”, nel senso pregiato del termine. E tuttavia, nessuna valutazione può prescindere da una misurazione. Il problema non è se il test Invalsi costituiscano (o sostituiscano) il servizio nazionale di valutazione: è che – se non si fanno – si parla del nulla. E dunque, perfettibili che siano, occorre farli: o comunque non si può chiedere che non si facciano fin che non saranno perfetti. Non lo saranno mai, se non sono costantemente effettuati, messi alla prova e modificati per migliorarli.

- È vero che la “valutazione sommativa” non basta e che la “valutazione formativa” è indispensabile: ma le due cose non sono in alternativa. La valutazione formativa è il quotidiano della didattica ed accompagna tutto il percorso: ma ci sono momenti di passaggio e scadenze in cui occorre tirare delle conclusioni, sia pure provvisorie e superabili. La contrapposizione fra “voti” e “giudizi” è un falso problema: fino a quando si costruisce e si accompagna il percorso di crescita, il giudizio è uno strumento più ricco e flessibile. Quando si tratta di capire dove siamo arrivati (e di renderlo noto all’esterno), il voto (o la misura quantitativa) ha il merito di essere molto più diretto ed intellegibile.