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IL CASO/ Da Bankitalia a Obama, aveva proprio ragione Marx…

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Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)  Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Non finisce mai di stupire l'incipit profetico di Carlo Marx ne il suo classico Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte. Scriveva Marx: "Hegel osserva in un punto della sua sua opera che tutti i grandi fatti della storia del mondo e i loro protagonisti, compaiono per così dire a due riprese. Egli ha dimenticato di aggiungere: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa".

Ma in questo caso ci permettiamo di aggiungere al grande classico una considerazione. Forse Marx prevedeva soltanto una farsa, non una sequenza di farse fino a una grottesca comica finale; sperando ovviamente che il tutto non si risolva come nella battaglia di Sedan, tra il 31 agosto e il 1° settembre del 1870, con tutte le conseguenze che ne seguirono per la Francia.

In Italia c'è stata, comunque la si pensi, un'autentica tragedia. La liquidazione di una intera classe dirigente democratica nel 1992-1993 (chissà perché si parla così poco del libro di Mattia Feltri Novantatre, che è stato contestato anche dal padre Vittorio).

Probabilmente quella classe dirigente aveva responsabilità gravi, probabilmente doveva essere sostituita, ma il modo in cui tutto avvenne è stato giustizialista, discutibile, sbrigativo e ha lasciato un vuoto politico che nessuno è stato più in grado di colmare. Di quella classe dirigente si sono salvati alcune "seconde file" e soprattutto le estreme del vecchio Parlamento. Da un lato, gli orfani pentiti (hanno persino cambiato nome) dell'Unione sovietica, crollata per implosione, dall'altra i neofascisti che si sono riciclati in una generica destra che in Italia è scomparsa da tempo immemorabile (due aree politiche che alla fine, se si considera il contesto mondiale storico e politico nuovo, si potevano facilmente ricattare e tenere sotto controllo da parte nuovi poteri internazionali).

Se si guarda a tutti gli esperimenti successivi si resta disarmati e ci si infila nel tunnel delle farse: dal Mariotto Segni innovatore, all'Antonio Di Pietro moralizzatore, al Silvio Berlusconi grande statista, al Massimo D'Alema dal "baffo decisionista", al Romano Prodi perennemente "trombato", fino ai Monti, ai Letta e all'attuale Renzi.

Poiché le svolte politiche o le cosiddette grandi scelte strutturali non avvengono mai per caso, si fa solo notare che la liquidazione della vecchia classe dirigente italiana fu accompagnata da un'ondata di privatizzazioni (senza liberalizzazione) che, ai fini del debito pubblico, si rivelò del tutto inutile e favorì, attraverso laute percentuali di commissione, solo le grandi banche d'affari anglosassoni. Con il relativo smantellamento di molte strutture industriali del nostro Paese.

Insomma, c'erano solide ragioni economico-finanziarie per quella svolta che portò a un'entrata nell'euro con un cambio "sanguinoso" per l'Italia e a una liberalizzazione bancaria e finanziaria con relativi prodotti derivati, anche nel bilancio statale, di cui nessuno sa ancora con precisione i numeri e quello che costano.



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