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ARTE/ "Il sogno si avvicina", ma non trova il Salvador Dalì più vero

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Salvador Dalì, Autoritratto (1926, particolare)  Salvador Dalì, Autoritratto (1926, particolare)

 

«Ho sfondato il muro della spudoratezza ma con una disciplina da caserma». Si confidava così Salvador Dalì in un’intervista “involontaria” a Oriana Fallaci (la Fallaci infatti lo detestava). In questa ammissione Dalì dava un lato di se stesso che troppo spesso i curatori dimenticano, puntando solo sul suo coté bizzarro ed estroso. La disciplina, si sa, è il metodo dei classici, e Dalì dichiarando questo suo rigorismo voleva mettersi tra le loro fila. Invece anche nell’occasione di questa mostra milanese, che sta riscuotendo un grande successo di pubblico, a Dalì è andata male.

 

Personalmente non amo Dalì, come fatico ad amare il surrealismo quando gioca a scoprire i meccanismi del subconscio (vedi il caso di Magritte), ma sono consapevole dell’impatto che il pittore catalano ha avuto sull’immaginario dell’arte del nostro tempo. E non solo in quello dell’arte, ma anche nella pubblicità, nel cinema e così via... Dalì del resto è stato un surrealista anomalo, provocatore anche rispetto ai suoi compagni di avventura, difficile da incasellare. Nato come disegnatore tecnico ha sempre fatto leva su questa sua grande abilità nel concepire immagini dalle prospettive spiazzanti (come i suoi celebri orologi molli, che rappresentano quasi l’icona della sua arte). I suoi primi anni sono all’insegna di una pittura figurativa quasi iperrealista; i suoi ultimi invece sono segnati dalla contaminazione con la cultura pop. Nel mezzo c’è tutto il lungo percorso da surrealista, che predicava la pittura automatica e intanto si cimentava in composizioni elaboratissime dai significati volutamente sfuggenti. Quello di Dalì è in effetti un surrealismo in versione Dada che punta sempre allo spiazzamento dei suoi interlocutori, sui doppi giochi linguistici, su una dissacrazione dell’oggetto artistico.

 

Quando ci si trova davanti a personaggi così eclettici i curatori si sentono quasi liberi di sbizzarrirsi nelle chiavi di interpretazione e quindi di proporre i percorsi espositivi più creativi; ma facendo questo si mettono incautamente in gara con autori che, come Dalì, quanto a creatività, ne avevano in dosi persino eccessive. Finiscono così con il ghettizzarli dentro stereotipi che non servono a loro (a conoscerli) e annoiano noi. A Milano è accaduto questo: una selezione abbastanza modesta di opere di Dalì è presentata aggregando tematicamente o per situazioni le opere; l’allestimento fa il resto, con il tono un po’ fieristico di quei colori plateali che cambiano di sala in sala.

 

 

 



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