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CERTEZZA/ Gianni Vattimo: grazie a Dio, non dipendo da nessuna verità

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Se la verità è solo un gioco (Fotolia)  Se la verità è solo un gioco (Fotolia)

Grazie a Dio sono incerto, o anche ateo – non idolatra, non verità-dipendente... E poi, una esistenza tutta certezza, che barba. Un po’ come il paradiso della tradizione: tota simul ac perfecta possessio. Ma per favore. Invece, però, che cosa? La storicità aperta, che è il vero senso del creazionismo. Non siamo manifestazioni di una struttura geometricamente demonstrata, la razionalità che incontriamo nel mondo è solo un “fatto”, un prodotto contingente, storico, che per esser tale – con la nostra esperienza di scelte, di alternative, di progetti con riuscite e fallimenti – di ex-sistenza, cioè – attesta il carattere eventuale, libero, della mia provenienza. Chiamo Dio l’atto di libertà originaria da cui proviene la mia libertà, e che certo non posso dimostrare con le cinque vie tomiste né con qualche altro metodo deduttivo. Persino Cartesio non lo dimostra. E Kant riesce a immaginare solo la vita eterna come una continuazione della lotta per il bene, cioè come storia.

Se storia, se l’esistenza è storia, non è mai certezza definitivamente raggiunta. Non che si sia sempre nel dubbio e non si “capisca” mai niente. Ma è la libertà, cioè in fondo l’anima, che l’uomo non deve-vuole perdere. E la libertà originaria da cui sento di dipendere non è contenuto di una  idea chiara e distinta. Mi si dà solo come storia, racconto, mito. È l’insegnamento dell’ultimo Pareyson (Ontologia della libertà, Einaudi, Torino 1995) che pensa l’esistere come una ermeneutica del mito. La certezza con cui mi sento “appartenere” al mito, il mio, quello della mia storia, non è la certezza assoluta della ragione matematica (possibile solo se esistere significasse derivare logicamente da una struttura immutabile) che dovrebbe attestarne la “verità”. È per l’appunto una certezza esistenziale, sempre a cavallo tra la mezza luce dei ricordi d’infanzia (anche Gesù Bambino, anche Babbo Natale, come ci rinfacciano sempre i “realisti”) e quella della scommessa pascaliana.

Perché una certezza esistenziale di questo genere non dovrebbe bastare? Già, chi lo nega, e perché? Una certezza esistenziale non basta per comandare, molto semplicemente. Se Hitler avesse solo avuto una profonda insofferenza verso gli ebrei – magari derivata dalla sua invidia per il piccolo Wittgenstein suo compagno alla scuola elementare di Linz, come si racconta – non ne avrebbe  probabilmente operato uno sterminio così sistematico; lo ha fatto perché aveva una “teoria”, con pretese di valore “oggettivo”. Proprio come oggi si invoca la “legge di natura”, universale e dunque valida per tutti, che la conoscano o no – per vietare i matrimoni gay, per non discutere di eutanasia; solo per fortuna non si parla più della “naturale” superiorità dei bianchi sui neri. Del resto, non perché si sia riconosciuto, “oggettivamente”, che era una teoria sbagliata, ma solo perché i neri si sono ribellati...



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COMMENTI
18/10/2011 - non si può fuggire al dilemma dell’esistenza, 2. (Giovanna D'Aniello)

... Il legittimo desiderio di ogni discorso anti-egemonico è il ‘superamento’ della condizione presente. Ma non è forse ancor più audace – sia esistenzialmente sia filosoficamente, per un uomo certo come per un uomo incerto – vivere il presente ‘come’ presente? Non è questo, in fondo, ciò che la Chiesa instancabilmente ci educa a guardare, non per un ingenuo realismo, ma per una capacità di cogliere la realtà nella totalità dei suoi fattori, ivi compresa la sua origine ‘misteriosa’? Infatti, ammettere un fattore ‘misterioso’ nella realtà presente – piuttosto che ‘spostare’ la verità in un mondo ultraterreno o mitico – non solo non annulla la libertà interpretativa, ma la esalta rendendola capace di decifrare dei segni. Una provocazione interessante è quella lanciata dal Santo Padre nel primo cap. dell’“Introduzione al Cristianesimo”: su un piano meramente logico, egli affermava, il credente oggi non può sottrarsi alla “segreta incertezza che il positivismo abbia l’ultima parola”, così come per il non-credente l’orizzonte della certezza costituisce una perenne “minaccia e tentazione rispetto al suo mondo apparentemente chiuso una volta per tutte”. E questo perché “non vi è possibilità di fuga dal dilemma dell’esistenza umana”.

 
18/10/2011 - non si può fuggire al dilemma dell’esistenza, 1 (Giovanna D'Aniello)

Trovo molto interessante il Suo attacco, che parte da una dichiarata esigenza – comune a tutti gli uomini, credo – di una “certezza esistenziale”, ma penso che attribuire ad essa un significato ‘mitico’ (o ‘utopico’, visto che Lei pensa il mito come qc. fuori della storia) neghi a priori una possibilità di scoperta. Del resto, la Sua battuta iniziale sul paradiso come “tota simul ac perfecta possessio” tradisce una visione ‘teleologica’, tale che il ‘possesso’ finale costituisca una sorta di ‘ermetica’ compiutezza ultramondana. Non potrebbe invece essere inteso come la promessa di una ‘soddisfazione’ continuata? Condividendo con Lei una passione per l’ermeneutica, si può invece affermare che il motore di ogni interpretazione sia proprio l’inesausta ricerca di un significato, resa possibile dall’istanza della libertà. Ora, dal ragionamento che segue si ha l’impressione che Lei presupponga che la questione stessa della verità si identifichi con una pretesa ‘egemonica’ (è un approccio ormai diffuso, anche fra teologi cattolici: penso a quanti oggi, in una prospettiva post-moderna, barattano l’idea della verità con delle open narratives). Ma non si corre così il rischio di ri-affermare dialetticamente l’egemonia, proprio negandola?..

 
18/10/2011 - Io sono certo, per grazia! (Enzo Castellaneta)

Sarà che a 70 anni non ho più tanta pazienza, sarà che tante parole, anzi parolone, citazioni ecc. mi mandano in confusione e mi sembrano suoni e basta, questo articolo non lo capisco. Eppure Vattimo ringrazia Dio: lo farà in modo ironico? Comunque la Verità esiste e ha nome e cognomee e su di essa si fonda la mia certezza esistenziale, morale, religiosa, spirituale, carnale...Datele un aggettivo che vi aggrada purchè sia certezza!

 
18/10/2011 - Le conseguenze di questa verità alternativa (Maurizio Ghisolfi)

Da Gianni Vattimo mi aspettavo un articolo un po' più rigoroso, piuttosto che uno pieno di luoghi comuni. Che una vita piena di certezze sia una barba non lo so, forse. Di fatto nessuno vive una vita così. Così come non mi è chiaro come una vita incertezza-dipendente possa opporsi alla legge del più forte, o forse pensa davvero che il più forte sia disposto a negoziare una verità alternativa, che metta in forse il suo potere? Come posso oppormi a un Hitler certo del disvalore della razza ebraica? Dicendogli "accordati con me per un'altra verità" od opponendo un'altra certezza, che cioè la vita vale, anche quella di un ebreo. Con la pretesa che questa certezza valga in primis per me, e ne determini le mie azioni. Inoltre ho la forte impressione che da una verità "accordata" qualcuno ne trarrà sempre un vantaggio personale, magari quelli che possiedono e detengono la possibilità di influenzare l'opinione pubblica, e qualcun'altro ne rimarra fuori.