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DIBATTITO/ Il mistero del linguaggio, ovvero: perché Gesù non ha scritto nulla?

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Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)  Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)

Osservare che il linguaggio è misterioso è come notare che un tramonto è struggente: vero, ma non basta. Occorre essere in grado di individuare le ragioni che ci portano a formulare questo giudizio così intuitivamente evidente.

Certo, la questione del rapporto tra linguaggio e certezza è troppo vasta perché se ne possa parlare sinteticamente, tuttavia, pur senza la pretesa di suggerire risposte, ci offre l’occasione per notare come ci siano almeno due modi diversi per intendere il rapporto tra linguaggio e certezza, due modi che vanno distinti ma che convergono entrambi necessariamente verso il mistero: la certezza che viene dal linguaggio (come elemento strutturante ed esclusivo della mente e del pensiero umano); la certezza che abbiamo sul linguaggio (come risultato delle nostre osservazioni razionali su un fenomeno della realtà). A questo proposito due fatti ci provocano e ci stupiscono costantemente.

È certo che il linguaggio serve per comunicare certezze, ma come si veicola la certezza con il linguaggio? Esiste a riguardo del linguaggio almeno una partizione che chiunque condividerebbe: da una parte, le parole (archivio di certezze condivise); dall’altra, le frasi (elementi formati di volta in volta: nessuno, salvo per scopi pratici banali, potrebbe pensare ad un dizionario di frasi). La certezza ovviamente si lega alla possibilità di dare un giudizio di verità, e questa si applica solo alle frasi: non si può dire se albero è vero ma se quest’albero è fiorito sì. Il punto si riduce dunque alla seguente domanda: come fa una frase a veicolare certezza? Sappiamo dalla tradizione analitica classica e poi dalle elaborazioni medievali che certe sequenze di frasi conducono necessariamente a giudizi certi. Si tratta di quelle macchine della verità fatte di parole che chiamiamo “sillogismi”. Se ad esempio dico tutti gli uccelli depongono uova e la gallina è un uccello, non posso non concludere che la gallina depone uova.

Questo meccanismo esaurisce la nostra domanda su come faccia il linguaggio a generare certezze? Nient’affatto e lo sanno bene i filosofi del linguaggio, che discutono da sempre sul valore euristico dei sillogismi; e lo sanno anche gli studiosi di acquisizione del linguaggio nei bambini che cercano di capire come faccia un bambino ad assegnare nomi a oggetti fisicamente differenti e cogliere certe analogie tra essi; infine, lo sa anche chi guarda il linguaggio dal punto di vista neuropsicologico, perché osserva che i circuiti cerebrali che portano alla costruzione di un sillogismo che parla del mondo si attivano anche se parlo di cose che non so. Se vi dico che il gulco è un opramma e che tutti gli oprammi gianigiano le brale non potete non concludere che anche il gulco gianigia le brale, sebbene non abbiate - come me, del resto - la più pallida idea di cosa sia un gulco, un opramma, le brale e il gianigiare.



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