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MANI PULITE/ Gherardo Colombo: ho smesso di fare il pm per non dover più giudicare

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Gherardo Colombo (Imagoeconomica)  Gherardo Colombo (Imagoeconomica)

Il 17 febbraio 1992 finì in manette Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Era l’inizio di Tangentopoli. Sulla stampa si fanno bilanci, si contano guadagni e perdite. Nel suo editoriale sul Corriere di domenica scorsa, Ferruccio De Bortoli ha richiamato la contabilità di quella stagione; Piercamillo Davigo lo ha fatto a proposito dell’«azzeramento di cinque partiti», della «cesura netta nelle dinamiche politiche del Paese».
Ma non c’è solo il tema politico. Il governo vuol fare un indulto perché le carceri scoppiano e non ci sono soldi. Ma fuori dalle statistiche e dai bilanci (in rosso) del sistema penitenziario, a dispetto della «stagione che ha cambiato l’Italia», il male, la colpa, esistono ancora.
«Occorre che pur pagando quello che ognuno di noi deve pagare» scriveva, nel 2005, Ilario, dal carcere Due Palazzi di Padova «ciascuno sia aiutato a guardare a una prospettiva». E aggiungeva: «quando ci si rende conto del male fatto, non si vorrebbe più finire di scontare la pena e anche, quando la si è finita di scontare, il dolore che rimane nel cuore è grande».
Gherardo Colombo, ex pm di Mani Pulite, oggi a capo di Garzanti Libri, ha scritto un libro («Il perdono responsabile», ndr) in cui auspica che sia il perdono  – e non la retribuzione, cioè la pena – il fulcro del sistema penale. Si può davvero fare a meno della restrizione, senza cambiare di senso a parole come giustizia, perdono, riparazione? Non sono domande facili. «Ho smesso di fare il pm per non dover giudicare», dice Gherardo Colombo a IlSussidiario.net.

Da dove vengono le sue obiezioni al nostro sistema penale? Dallo stato delle carceri? O da una visione sbagliata della retribuzione?

Credo che il principio della pena come retribuzione contrasti con una società ispirata al rispetto della dignità delle persone, e insieme porti all’obbedienza ma non alla capacità di esercitare la libertà. Non da ultimo, sono convinto che non dia risultati nemmeno sotto il profilo del contenimento della devianza.

Ma qual è il compito della sanzione penale? Posto che essa non può soddisfare adeguatamente il bisogno umano di giustizia, un sistema basato sul perdono non rischierebbe di vanificare del tutto, svuotandolo, questo bisogno?

Credo che la retribuzione, intesa come l’applicare il male a chi ha fatto il male, se c’è una cosa che soddisfa è solo ed esclusivamente il desiderio di vendetta. Che oggi, per fortuna, è considerato in modo unanime un sentimento assolutamente negativo. Questo porta a dire che urge una prospettiva diversa: tutte le volte che esiste una deviazione dal vivere sociale, bisogna fare in modo che questo atteggiamento deviante sia ricomposto, cioè che le persone che commettono un reato coinvolgendo altre persone non lo facciano più in futuro.

E come si fa?



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