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IDEE/ Chi può colmare il "deserto" culturale che ci ha lasciato la Dc?

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Giotto, Il sogno di Innocenzo III (particolare; 1295-99) (Immagine d'archivio)  Giotto, Il sogno di Innocenzo III (particolare; 1295-99) (Immagine d'archivio)

Partiamo da un'evidenza. La sensazione di un momento di grave crisi, o almeno di difficile transizione, va al di là dell'economia e coinvolge le sfere politica, sociale, culturale, e perfino psicologica per così dire, almeno di questo Paese. L'arco dei sentimenti condivisi sembra oscillare tra indifferenza e ostilità, malessere e indignazione, diffidenza e rabbia. Dunque, affrontare questo tempo richiede di non fermarsi alla superficie. È necessario analizzare lucidamente i presupposti profondi della crisi, per ricavare qualche idea più chiara sulla sua natura e su come affrontarla. 

Il convegno su "Custodire l'umanità. Verso le periferie esistenziali", che per due giorni ha raccolto ad Assisi alcuni tra i più importanti e noti intellettuali italiani, e qualche nome internazionale come ad esempio Fabrice Hadjadj, costituisce la risposta consapevole della Conferenza episcopale umbra e del Progetto culturale della Cei a questa esigenza. Ovviamente numero e densità degli interventi rendono impossibile una sintesi minuziosa. Ma i nuclei fondamentali sono apparsi in maniera limpida. L'invito di Papa Francesco a muovere verso le "periferie esistenziali" incontra il nocciolo della questione: la periferia, che è una condizione di lontananza rispetto al benessere ma anche rispetto al vero e al senso, avanza; e l'umanità va custodita perché rischia di andare perduta. 

E tale rischio non si esaurisce nella modalità dell'emarginazione economica. Certo l'economia è stata affrontata, ribadendo l'urgenza di un suo ripensamento etico. Ma se è l'uomo il vero nucleo problematico, occorreva individuare anche altri grandi snodi. Così, le tematiche economiche e sociali sono confluite nelle varie sessioni nella visione critica delle utopie, non solo strettamente politiche; o nella interrogazione preoccupata sull'arte contemporanea recisa dalle proprie radici nel sacro; o nella ricostruzione storica del rapporto non facile, ma pure assai importante e certamente fecondo, tra cattolicesimo e vita politica italiana. Non a caso la questione antropologica è stata al centro della riflessione forse più intensa, dove le analisi, ricche di dati e fatti, sulla rivoluzione sessuale (Scaraffia), sulla trasformazione/distruzione della famiglia (Volpi), e sulla tecnicizzazione dell'umano (Pessina), hanno descritto i molti e convergenti modi in cui il tessuto antropologico è stato progressivamente alterato – e continua ad esserlo. Qui voglio notare almeno un punto cruciale: la dipendenza dalla tecnica, che appare come una costante, convive con l'enfasi su un'autonomia che si vorrebbe assoluta. Come sempre i paradossi che descrivono in profondità un'epoca sono collocati nel suo punto cieco, risultando pertanto invisibili ad essa.

Dunque il filo conduttore è stata la domanda sulla condizione umana oggi. Effettivamente il nodo decisivo. Certo, la crisi, l'atteggiamento non pienamente riconciliato, sono costitutivi dell'uomo, non un'invenzione degli ultimi decenni di eclissi dei valori tradizionali e delle ideologie che li surrogavano. 



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