Educazione
lunedì 29 marzo 2010
Quando mi si chiede di esprimere un parere sulle varie indicazioni relative alla riforma dei cicli, devo sempre superare una certa riluttanza a rispondere. Cinque ministri fa, sono stata coinvolta nel lavoro della Commissione dei Saggi che elaborarono le linee dei saperi essenziali, e ne porto ancora le cicatrici. Qual è allora il mio personale parere su queste prime Indicazioni, che per la stesura definitiva terranno conto degli esiti di un’ampia consultazione, che nel caso nostro diede origine a due ponderosi volumi che quasi nessuno lesse?
I tre criteri guida indicati da Giorgio Chiosso (la valorizzazione dell’autonomia, la responsabilizzazione degli insegnanti, il processo di crescita della persona come obiettivo della scuola) mi trovano d’accordo, ma richiedono provvedimenti tempestivi e diffusi in termini di formazione iniziale e in servizio, contratto di lavoro, finanziamento delle scuole, sistema di valutazione. A oggi e senza aiuto, secondo me, non più del 20 per cento delle scuole secondarie è in grado di attuare pienamente la progettazione autonoma delle azioni educative che “traducono i nuclei essenziali e irrinunciabili fissati dalle Indicazioni”.
Mi sembra positiva la deliberata scelta di un linguaggio piano e comprensibile, anche se a tratti la semplificazione sfocia in un eccesso di genericità, soprattutto nell’indicazione degli obiettivi specifici dei singoli licei, e restano non poche tracce del buon vecchio programma prescrittivo. Il desiderio di costruire un percorso coerente collegando la scuola secondaria con quel che sta prima e dopo mi pare lodevole, ma andrebbe riproposta, come negli istituti tecnici, una progettazione sui quattro assi previsti per la scuola di base.
Vedo tre elementi di possibile debolezza nelle indicazioni:
1. al di là delle affermazioni di principio, ancora una volta si trascura l’unitarietà del processo di insegnamento /apprendimento, e si oppone all’eccesso di valorizzazione dell’apprendimento un recupero, abbastanza tradizionale, delle tematiche legate all’insegnamento, e per di più un insegnamento tutto centrato sulla dimensione cognitiva, ignorando le acquisizioni più recenti delle scienze educative.
Clicca >> qui sotto per continuare l’articolo di Luisa Ribolzi
Luisa Ribolzi mette giustamente “le dita nelle piaghe”. Un’impostazione che si parametra a criteri guida quali quelli indicati: la valorizzazione dell’autonomia, la responsabilizzazione degli insegnanti, il processo di crescita della persona come obiettivo della scuola è, a dir poco, condivisibile, ma affinché le buone idee non rimangano a livello di proclami e possano concretizzarsi è indispensabile che alle buone idee si abbini un piano di fattibilità. La riforma si attuerà se si riuscirà a “cambiare modo di fare scuola” e, dal mio punto di vista, occorrono investimenti e qualche “rivoluzione”. Occorre investire soprattutto nella formazione dei docenti cui assegnare le classi che avvieranno la riforma: un aggiornamento ispirato dalle linee guida sopra indicate e dai principi didattico pedagogico della riforma. “Rivoluzioni”. Ne cito solo un paio: assegnare le classi iniziali solo ai docenti formati nel modo sopra detto, puntare al turn over pensionistico sostituendo gli uscenti solo con docenti “aggiornati”, valutare i risultati e premiare economicamente il merito di chi opera positivamente per il cambiamento.
Sono stato 10 anni preside al liceo scientifico-classico, dopo avervi insegnato per altri 12. Senza tolgiere i pochi pregi ricordati dalla sempre gentile Ribolzi, con diversi amici siamo delusi, in tutto questo impianto dei licei, da una sostanziale mancanza di coraggio e di ampiezza di orizzonti, dalla prevalente conservazione dell'esistente (anche il "ginnasio"!), soprattutto perchè in questo modo non si sospingerà all'unico vantaggio che poteva derivare da questo riordino: mettere in movimento qualche cambiamento di metodi e contenuti. Speriamo di riuscire a trarre qualche simile occasione almeno nei tecnici e professionali.
Esiste un aspetto che, da solo, rende inconsistente l'intero riordino: l'assenza della cultura dell'organizzazione. Ricordo che il fine del sistema scuola, definito dal ministro Moratti nel 2003, corrisponde alla promozione e al consolidamento delle capacità e delle competenze dei giovani. Le conoscenze e le abilità sono gli strumenti operativi. Problema di dimensione smisurata: sarebbero riusciti gli americani a mandare l'uomo sulla luna se avessero focalizzato l'attività dei singoli componenti dei gruppi di lavoro?
Chiederei alla Prof. Ribolzi ed ai lettori del giornale quale sia la loro opinione sugli interventi riportati nel blog ufficiale indire riguardante le indicazioni nazionali per l'insegnamento "scienze naturali" alla pagina web http://nuovilicei.indire.it/content/index.php?action=riforma&id_m=9549&id_cnt=9564 a partire dal liceo scientifico, opzione tradizionale ed opzione scienze applicate. Mi pare che emerga con chiarezza il 4° elemento di debolezza: la produttività degli interventi e la necessità di risposte sono strettamente collegati, nello specifico caso "SCIENZE NATURALI", alla domanda: in quali classi, quali docenti, quali laureati insegneranno l'insegnamento "scienze naturali"? Insegnamento, non disciplina, miscellanea delle DUE diverse realtà 1) chimica e 2)scienze della terra e biologiche, realtà negli istituti tecnici e professionali tenute giustamente separate ed affidate ai rispettivi docenti, rispettivamente i chimici della A013 e i biologi e i naturalisti della A060. Esprime anche il problema su come fare in modo che a tutti i futuri liceali, come agli alunni degli istituti tecnici sia data la concreta possibilità di apprendere nelle migliori condizioni possibili la disciplina "chimica": e mi pare evidente che ci potrà essere la migliore indicazione nazionale, ma se non c'è ad insegnargliela un docente laureato in discipline chimiche i risultati saranno caratterizzati da una mera conservazione dello status quo, improntato ad una estrema povertà di cultura chimica.
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