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EDUCAZIONE/ Perché la famiglia ha delegato tutto a una scuola che non c’è?

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Le "mine vaganti" di cui parla Cesare Fiumi (Ansa)  Le "mine vaganti" di cui parla Cesare Fiumi (Ansa)

È notizia recentissima, quella di una coppia di carabinieri aggredita e ridotta quasi in fin di vita da alcuni giovani, anzi giovanissimi (uno solo di essi era maggiorenne), fermati per un normale controllo. Erano stati a un rave party. La violenza giovanile, efferata, spesso con l’effetto di uccidere, e soprattutto per cause banalissime o anche nessuna causa vera, è un fenomeno che sta prendendo sempre più piede nell’Italia del Terzo millennio.
Cesare Fiumi, giornalista, scrittore, inviato speciale del Corriere della Sera ed editorialista di Sette, ha appena pubblicato un libro che fotografa questa agghiacciante realtà. Si intitola La feroce gioventù (Dalai editore, 176 pagine, 16,50 euro) e ha un sottotitolo quanto mai significativo che lo stesso Fiumi spiega essere decisivo per capire il senso del libro stesso: “In un paese violento senza più maestri”. Nel libro, storie di crudo realismo di giovani violenti: un minorenne ucciso dai suoi amici dopo aver litigato per un po’ di fumo e un cappellino di paglia, è solo una di esse. È una generazione senza più valori ed educatori, quella di cui scrive Cesare Fiumi, tra i 15 e i 25 anni, “ragazzi allo sbando emotivo storditi da sogni di soldi, di potere e apparire. Mine vaganti” li chiama l’autore “che prima o poi presenteranno il conto a chi se l’è dimenticate”. Aggiungendo: “Una specie mutante, generazione cresciuta nel niente, in un Paese dove s’è smesso da tempo di seminare (e di coltivare) per quelli a venire. E dove, anzi, s’è messa una pietra tombale sulla pietà e sui principi, sui comportamenti e sui doveri morali”. Con Cesare Fiumi abbiamo discusso del libro e di questa generazione “senza maestri”.

Fiumi, come è nata l’idea di questo libro?

Io amo scrivere storie. Ogni libro che ho scritto racconta storie che descrivono la mutazione dell’Italia. Il mio primo libro raccontava storie di personaggi dello sport non tanto per le loro imprese sportive ma per il significato presente in esse. In Assassini della porta accanto invece cercavo di descrivere attraverso delle storie l’irrompere nella società italiana di una nuova violenza. Una mutazione genetica che accadeva specialmente sull’asse Torino-Trieste, quello dell’Italia considerata la più fortunata dal punto di vista economico.

Lei dice che fondamentale è il sottotitolo, “Un paese violento senza più maestri”. Ci spieghi perché, e cosa intende per “maestri”.

Questo libro incrocia storie tristemente esemplari di una generazione che stiamo perdendo ed è la grande novità italiana, questa situazione. È una violenza complessiva quella che descrivo, dalla politica, cioè il modo violento  in cui si muove oggi la politica mandando a quel paese tutti i punti di riferimento intellettuali, per arrivare poi a famiglia e scuola, che dovrebbero essere i primi maestri. La famiglia è esplosa, la scuola è stata mandata in malora senza nessun investimento. Ecco allora una generazione che ha un problema di mancanza di strumentazione adeguata. La nuova tecnologia a disposizione ha portato a una grande solitudine per cui ci si contatta attraverso i social network, ma la tecnologia è una cosa a termine, c’è sempre il game over, lo swtich off, mentre la vita non si ferma, va avanti. Questi giovani non sanno gestire la relazione artificiosa che si crea con i computer, né gestire la frustrazione per cose banalissime, e la reazione a ciò che accade loro è spropositata.



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COMMENTI
03/05/2011 - famiglia, scuola o societa? (Claudio Cereda)

Stando in un ITIS mi capita di dovermi occupare indirettamente e, a volte, direttamente di problematiche disciplinari. La mia impressione è che il difetto stia nella società. Non è vero che la scuola e la famiglia non facciano, ma sono prevalenti modelli comportamentali assurdi che si sviluppano in stili di vita in cui non esistono aggregazioni vere. Dove può stare oggi un ragazzino? O in casa a scrivere stupidaggini su Facebook o per strada a bighellanare incerto tra il cazzeggio e la trasgressione. In un episodio recente connesso ad una "bigiata etilica" oltre a non aver acclarato chi aveva comperato i superalcolici (perché si accusavano a vicenda) non ho acclarato nemmeno chi aveva chiamato il 118 perché gli interessati non capivano che la seconda non era una cosa di cui vergognarsi ma un gesto che aveva salvato la vita ad uno di loro.