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SCUOLA/ Nella "guerra" dei compiti a casa, i prof che cosa fanno?

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Pensavo fosse un vezzo tutto italiano: di tanto in tanto (di solito con l’inizio delle vacanze estive) scoppia la questione “compiti a casa” sì, “compiti a casa” no, con successivo dibattito giornalistico, chiamata in campo di opinionisti ed esperti, ...a settembre ricomincia la scuola... e tutto come prima. Questa volta, invece, è arrivata dalla Francia la notizia che un’associazione di genitori ha proclamato un vero e proprio “sciopero” dei genitori, vale a dire il rifiuto da parte delle famiglie di aiutare i figli nello svolgimento dei compiti a casa. E se accadesse anche da noi?

Impostare il problema sull’aut-aut è, come sempre, poco produttivo quando si ha a che fare con l’educazione; forse, occorre qualche riflessione più articolata, per cui  provo ad evidenziare alcuni problemi che ritengo sarebbe utile aver presenti, qualora si volesse affrontare la questione dei compiti a casa seriamente, al di fuori delle ondate giornalistiche, e dare risposte ragionate ad un problema reale e di non poco conto.

1. Non può esserci apprendimento senza studio. Acquisire conoscenze disciplinari e sviluppare abilità strumentali sono passaggi fondamentali, ancorché non unici, nel cammino istituzionale proprio della scuola e, affinché avvengano  bene, occorre dedicare tempo alla memorizzazione, all’esercizio, al trasferimento analogico, alla correzione. Ma qualcuno può, forse, sostenere che queste operazioni avvengono per tutti gli allievi allo stesso modo e nello stesso tempo? Se tutta la lezione cognitivista e costruttivista del soggetto autore del proprio apprendimento non è passata invano, la risposta è, evidentemente, no. Si pone, allora, la questione: dare a tutti gli stessi compiti (con questa espressione intendo sia l’esercizio scritto, sia lo studio e la memorizzazione), nella stessa quantità e con la stessa metodologia ha un senso ai fini di un’efficace acquisizione di conoscenze e abilità disciplinari?

2. La corresponsabilità educativa è un valore. Quando un’istituzione scolastica presenta la propria offerta formativa alle famiglie non può non affrontare il tema del tempo scuola, che dovrebbe essere progettato proprio per venire incontro alle diverse esigenze delle famiglie e degli allievi, pur nel rispetto del compito istituzionale di ciascun ordine e grado di scuola: il tempo pieno per la primaria o il tempo prolungato per la secondaria di I grado sono formule benedette per quei genitori che lavorano entrambi e non hanno una rete familiare di appoggio, così come un tempo scuola minimo può essere utile per uno studente della secondaria di II grado che deve ogni giorno fare ore di viaggio per raggiungere la scuola. 



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COMMENTI
07/04/2012 - Proporzioni (Antonio Servadio)

Non è argomento fatto di bianchi o neri. Non è produttivo presentarlo e discuterlo come una questione di opposte teorie. Come spesso accade, è tutta questione di proporzioni. Stiamo con in piedi per terra. Ci sono sempre stati e tuttora abbondano professori che caricano gli alunni di ingenti quantità di lavoro da svolgere a casa. Per colmare le proprie lacune didattiche? O perché animati da zelo eccessivo? Altri saggiamente dosano i compiti individuali in base al periodo dell'anno scolastico (ritmo ed energie della classe) ed alle esigenze dei singoli. Fondamentale ricordare che in alcune scuole c'è il tempo pieno, in altre no. Non è pensabile che il lavoro a casa sia identico nei due casi, perché ogni giornata ha lo stesso numero di ore e perché l'educazione, la formazione culturale e la difesa della salute non passano soltanto dalle vie scolastiche. Molte lamentele dipendono dall'esuberanza del carico delle consegne per le vacanze. Sono dunque vacanze (riposo, sport, famiglia, amici, altre attività) o si tratta di un periodo in cui gli insegnanti sono in vacanza ma gli studenti debbono proseguire comunque nella didattica da soli, sopperendo alla mancanza della guida scolastica? E' questione di proporzioni, gli insegnanti debbono imparare a dosare i compiti a casa con saggezza. La dose fa la differenza, esattamente come accade in farmacologia.