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SCUOLA/ Se Renzi e Confindustria "dimenticano" il (vero) senso del lavoro

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Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)  Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)

Le 100 proposte sulla scuola di domani, che Confindustria ha presentato il 7 ottobre scorso alla Luiss di Roma, partono dalla constatazione che «la scuola oggi è un'istituzione delle differenze, paradigma della lotteria che il cittadino italiano gioca spesso con il mondo pubblico, scuola e sanità in primis. Il sistema di istruzione in Italia non è più la leva perequativa che livella le differenze e mobilita le migliori risorse. Al contrario è diventato motore di divaricazione delle opportunità». Un'affermazione piuttosto forte, ma di certo ben evocativa della situazione generale dell'istruzione nel nostro Paese. 

Di qui l'offerta di «un contributo per cucire in una visione di respiro ampio tante pezze di diversa foggia e colore», una «assoluta necessità» che si percepisce «viaggiando nel mondo dell'istruzione» italiana, dove «quest'attesa si vive anche con rabbia, ma sempre con grande disponibilità a innovare». E dove, per contro, si ha la «netta sensazione che un'istituzione generatrice dei necessari mutamenti strutturali della società contemporanea, sia stata per troppo tempo ai margini dell'interesse sostanziale della politica». Ma c'è anche il riconoscimento che «con la "Buona scuola" il Governo ha presentato dopo molti anni una proposta che ha molti contenuti innovativi»; un punto di incontro, per discutere, per cambiare con una spinta dal basso di una società in perenne mutamento.

100 proposte per «incrociare governo e territorio, con il trade-off tra gli standard nazionali e le necessarie autonomie» da un lato, e «la relazione da costruire tra saperi e loro applicazioni, tra competenze e loro espressione sociale, come questione chiave del rinnovamento del modello educativo italiano».

100 proposte, alcune minimali e altre di ampio respiro, in parte condivisibili; come quella di riqualificare il Miur concentrandolo su «funzioni d'indirizzo, controllo e valutazione» e riconoscere alle scuole «oltre all'autonomia didattica, la possibilità di scegliere organico ed insegnanti», chiedendo nel contempo maggiore trasparenza amministrativa e responsabilità sui risultati raggiunti. Come però nel documento del Governo, anche qui l'idea di fondo sottesa all'autonomia delle scuole rimane ancora dentro la logica della funzionalità, mentre una trasformazione in chiave davvero sussidiaria del sistema scuola è ancora concettualmente lontana. Ci vorrebbe un passo in più. Ad esempio, perché Confindustria propone di dare «completa autonomia all'università» e di «ampliare l'autonomia delle Fondazioni ITS», ma non ipotizza analoghe strutture di autonomia piena per tutte le scuole secondarie di II grado, licei compresi?

Realistico l'approccio al rapporto tra scuola e mondo del lavoro, che Confindustria fotografa così: finora si è trattato di «un percorso tormentato, fitto di pregiudiziali che hanno ridotto la contaminazione virtuosa tra sapere e lavoro»; mai approdato ad una pratica stabile, diversamente da quanto accade all'estero, dove la pratica sistematica dell'apprendere-facendo è divenuta regola. Bisogna rendersi conto — dice Confindustria — che l'idea del "prima si studia, poi si lavora" ha fatto il suo tempo, mentre oggi è diventato vitale offrire ai nostri giovani la possibilità di "imparare lavorando"; lo si può fare attraverso percorsi in «alternanza, stage, tirocini obbligatori pre-laurea, apprendistato, …riconoscendo competenze e qualificazioni acquisite sul lavoro, in Italia o all'estero come crediti formativi».



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