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SCUOLA/ Anselmo d'Aosta, una sfida che vale la pena

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Michelangelo, Giudizio universale (particolare) (1508-10) (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Giudizio universale (particolare) (1508-10) (Immagine d'archivio)

Il secondo incontro-lezione della Bottega di filosofia 2014/15, tenutosi al Liceo Malpighi e in diretta streaming lo scorso 12 novembre e guidato dal prof. Armando Bisogno (ricercatore di storia della filosofia medievale nell'Università di Salerno) col patrocinio della Sfi e della Società italiana per lo studio del pensiero medievale (Sispm), ha proposto la questione del rapporto tra libertà e dialettica nel pensiero di Anselmo D'Aosta e, in particolar modo, sull'uso di strumenti dialettici che egli fa per dimostrare il dogma cristiano dell'esistenza di Dio e la natura della libertà.

La sfida, come ha ricordato il prof. Marco Ferrari introducendo l'incontro, è quella di capire se e in che misura la filosofia medievale, spesso tralasciata o poco considerata in sede di programmazione didattica, possa rappresentare una preziosa risorsa, contenutistica e metodologica, per l'insegnante di liceo. 

Secondo Bisogno, la dimostrazione dialettica di cui Anselmo si serve nel suo Proslogion è l'esito di una storia che attraversa tutto il Medioevo e riguarda il complesso rapporto esistente tra fede e filosofia. Se i primi filosofi cristiani (come Tertulliano, II secolo d.C.), dimenticando le considerazioni metafisiche di Aristotele, avevano ridotto la dialettica ad una tecnica utile alla discussione ma incapace di aprire la strada verso la verità, con Agostino essa diventa uno strumento di indagine privilegiato. Non solo: la filosofia è sentita dal pensatore di Ippona come una necessità antropologica poiché l'uomo è per sua propria natura un quaerens, un ricercatore a cui non basta la rivelazione ma che desidera fare il percorso fino alla piena comprensione del vero, un cammino che garantisce il graduale raggiungimento della vita beata e che consiste nella scoperta della logica con cui Dio ha fatto il mondo. 

Comincia, dunque, a farsi strada l'idea che la dialettica e tutte le acquisizioni dei filosofi pagani possano e debbano essere utilizzate per chiarire il significato delle scritture. Più tardi, con la ripresa boeziana delle Isagoghe di Porfirio, si fa largo l'ipotesi che la logica non sia solo strumento che l'uomo utilizza per pensare la realtà, ma che la realtà stessa abbia una strutturazione dialettica che le permette di essere pensabile per l'uomo. Come chiarirà Giovanni Scoto qualche secolo più avanti, il mondo è governato da una rectitudo metafisica ovvero una sostanziale corrispondenza tra l'ordine delle cose, del pensiero e delle parole. 

Tale ordine fonda la possibilità della libertà personale e del pensiero: l'uomo può agire in modo libero perché ha la capacità di rispettare l'ordine entro il quale le cose sono state create e può pensare liberamente perché la sua ragione, se ben condotta, è in grado di cogliere l'ordine logico della realtà senza il ricorso alle scritture. 



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