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SCUOLA/ Docenti e pubblico impiego, tutte le ambiguità dello stop di Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

E' di questi giorni la polemica tra il sen. Ichino ed i ministri Madia e Poletti sull'applicazione ai dipendenti pubblici del Jobs act, cui è seguito l'annuncio del primo ministro Renzi nella conferenza stampa di fine anno di avere deciso lui lo stralcio della norma. "In Consiglio dei ministri ho proposto io di togliere la norma" sui dipendenti pubblici "perché non aveva senso inserirla in un provvedimento che parla di altro. Il Jobs act non si occupa di disciplinare i rapporti del pubblico impiego", per il quale c'è una riforma in Parlamento, ha precisato Renzi. Pur puntualizzando che "se è giusto che un impiegato pubblico che sbaglia, partendo dai furti e arrivando all'assenteismo a volte vergognoso, paghi, la risposta è sì".

Anche gli operatori della scuola statale, dunque, come pubblici dipendenti, sono esenti dall'applicazione delle azioni della riforma del lavoro in corso di approvazione. 

Pericolo scampato, quindi, per docenti e dirigenti scolastici?

Lo stop di Renzi apre lo spazio per una riflessione e per un punto di chiarezza: le funzioni educative (e l'insegnare ed il presiedere una scuola lo sono) non sono funzioni impiegatizie, anche se esse avvengono, nella scuola statale, per pubblico concorso ed hanno la forma giuridica del pubblico impiego. La maggioranza — tanti! — delle persone "impiegate" nella scuola ha compiuto la propria scelta professionale sulla base di una decisione personale, fatta in relazione a valori morali e civici prima e più che ad interessi materiali. 

L'impiegato professore o l'impiegato preside ricevono proprio dalla comunità civile un compito alto e delicato: sono, se vogliamo, degli impiegati "speciali", che non occupano quel "ruolo" esclusivamente per ragioni strumentali. E' esperienza di ciascuno aver incontrato, come studente o come genitore, professori appassionati alla propria materia che si mettono in moto e cercano di trasmettere il loro gusto delle cose, non a parole, ma nella concretezza di quell'attività profondamente umana e singolare che è il lavoro dell'insegnare. Pro-fessore, appunto: colui che professa, introduce a ciò che è, offre gli strumenti per il fiorire della conoscenza, accompagna alla vita adulta. 

 "È vero che tutti gli insegnanti fanno lo stesso lavoro — scrive la Fondazione Treellle nel documento "Le buone ragioni per valutare i singoli insegnanti" — non è vero (e non è giusto né intellettualmente onesto far finta che lo sia) che tutti lo facciano allo stesso modo e con gli stessi risultati. Molti fanno bene: ancor più numerosi sono quelli che possono fare meglio". Il tema è, allora, se di rinnovamento della pubblica amministrazione si vuol parlare, quello di un adeguato modello di reclutamento dei dipendenti della scuola statale, della promozione di una loro effettiva formazione iniziale e continua, di una giusta valutazione del loro modo di lavorare, di un accesso a forme di merito.



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COMMENTI
01/01/2015 - Renzi e la “buona scuola” impantanata (1/2) (Vincenzo Pascuzzi)

[1] La “buona scuola” s’è impantanata. Non era cosa seria, ma trovata effimera. Il mondo della scuola l’ha criticata e respinta, Renzi s’è arreso, ha scelto di non rischiare oltre. Furbo, s’è preso un time out per cercare una via d’uscita. Così in dieci mesi il governo Renzi ha fatto quasi nulla per la scuola: solo parole, promesse, molto molto futuro. "L'Italia è rimessa moto ora la sfida è farla correre", Renzi pochi giorni fa. Ma perché correre e non un’andatura normale, più sicura e sostenibile? E dove vede il riavvio del Paese? E perché poi la contraddittoria frenata “sulla scuola non voglio essere veloce”? Poi il Jobs Act da applicare o no alla P.A. e alla scuola e che fa da cortina fumogena, per distrarre e confondere l’opinione pubblica. Si enfatizza la pagliuzza dell’1% e si nasconde il 99%. [2] Come Tiziana Pedrizzi, anche il preside Ezio Delfino è favorevole all’”ideazione di nuovi profili professionali della docenza ….” cioè falsi organigrammi per dribblare il vero problema dell’inadeguatezza delle retribuzioni di TUTTI i docenti e insieme rafforzare la posizione dei d.s. aspiranti “presidi-conti” (v. in rete). È dannoso accrescere la burocrazia a scapito della didattica. Il nucleo essenziale della scuola è la didattica ovvero il binomio docente-discente/i. La burocrazia è pure utile ma va posizionata non SOPRA ma a lato della didattica: se manca il docente non c’è scuola, se manca il preside o qualche ata, la didattica può ancora avere luogo.

 
01/01/2015 - Renzi e la “buona scuola” impantanata (2/2) (Vincenzo Pascuzzi)

[3] Il riferimento alla memoria della Fondazione TreeLLLe va riferito a tutto il contesto della memoria stessa. Leggiamo in premessa che “tutti i paesi avanzati hanno da tempo adottato modelli per valutare e premiare i singoli insegnanti ….”. Questo riferimento richiama il vizietto ricorrente e diffuso, di alcuni politici, tecnici e commentatori di questioni scolastiche, consistente nel prendere ad esempio da imitare (non si sa poi perché) un certo particolare aspetto, o una certa particolare caratteristica, dei sistemi scolastici altrui separandoli o isolandoli da tutto il resto e in particolare dalle risorse che “tutti i paesi avanzati” destinano all’istruzione. I politici, tecnici, commentatori sempre dimenticano che l’Italia investe in istruzione circa il 4,6% del Pil, mentre la media di “tutti i paesi avanzati” è intorno al 6%. L’Istat informa che “La graduatoria è guidata dalla Danimarca (7,9% di Pil), ma fanno meglio di noi anche tutti Paesi più vicini all’Italia, come Regno Unito (6,4%), Paesi Bassi (6,2%), Francia (6,1%), Portogallo (5,5%) e Germania (5,1%).” Riguardo alle resistenze alla valutazione – altro aspetto riportato della memoria 3L – va osservato che si tratta di contrarietà a valutazione coatta, non concordata, punitiva, e con sistemi non noti, ma presumibilmente collegati alla quizzeria tipo Invalsi.