LEOPARDI/ Quel canto (di fede) che “redime” il nulla

- Giancorrado Peluso

L’immagine della musica e del canto è uno dei segni più immediati della grandezza e profondità d’animo di Leopardi. GIANCORRADO PELUSO sulla poesia del genio di Recanati

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La sedia di Vincent Van Gogh per il pensatore e teologo Romano Guardini, o le mele di Paul Cezanne per il pittore William Congdon sono immagini che rappresentano la realtà nella sua grandezza e profondità, tanto da diventare “cifre”, segni di un mondo e di una particolare visione di esso.

Sicuramente nella poesia leopardiana l’immagine della musica e del canto è uno dei segni più immediati di quella grandezza e profondità d’animo del poeta recanatese. “…sonavan le quiete stanze al tuo perpetuo canto …” nello stesso atto poetico, che sceglie le parole per la musicalità che recano con sé, è il segreto della bellezza e dell’armonia musicale leopardiana; come, del resto, nella prima strofa, “Silvia rimembri ancor …”, tutto dice un Tu, amato e vagheggiato fin nel suono delle velari (v) e delle sibilanti (s) che ripetono quel dolce nome, Silvia, segno e senhal di una giovane conosciuta di lontano. In quei versi il suono si contrappone a quiete ed in “quiete” c’è il suono di lei, del Tu, come pure negli aggettivi e nella parola stessa (quiete / stanze / tuo / perpetuo / canto).

La poesia per Leopardi è, dunque, un canto e, direbbe Dante, l’azione stessa di cantare in cui si rifà l’esperienza di ciò che la realtà, un paesaggio, un suono, un volto aveva suscitato nel suo cuore e che nell’atto poetico riaccade.

Cosa c’è dietro alle parole del testo che ne tramano la struttura visibile? Evidentemente la lettura “archeologica” ritrova la loro originaria espressione, quella dei Salmi, quella dantesca e quella della tradizione lirica italiana, la linea petrarchesca-tassiana che arriva fino all’altro grande poeta “romantico”, Ugo Foscolo; ma più profondamente dietro alle parole c’è una visione della realtà, quasi un sussulto davanti ad essa, i Greci avrebbero detto un “entusiasmo”, cioè un “essere in dio”, un trascendersi. Non si sta parlando di uno stato d’animo, bensì, come è stata definita da Luigi Giussani, di una sublimità del sentire, per cui la realtà appare, si manifesta presaga, carica di promessa, piena d’una possibile e duratura felicità. Tanto è grande questo presentimento che esso trasfigura l’esperienza stessa del limite e del dolore, della tristezza vissuti dal poeta nel suo borgo.

Scriveva all’ amico lontano Pietro Giordani (autorità riconosciuta nel campo delle belle lettere e degli studi classico-puristi): “Qui …tutto è morte … A tutto questo aggiunga l’ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora. So bene io qual è, e l’ho provata, ma ora non la provo più quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell’allegria…” (A Pietro Giordani, 30 Aprile 1817). Cosa permette questa tensione al giovane Leopardi così lucidamente cosciente del suo stato, rinchiuso nel borgo di Recanati e sognante “nuove terre al di là di quei monti”? 

L‘esperienza del desiderio sembra riassumere e descrivere quel tendere; scriveva ancora nel ’23 al letterato belga A. Jacopssen, conosciuto nel viaggio a Roma: “Nell’amore, tutti i godimenti che provano le anime volgari, non valgono il piacere che dà un solo istante di rapimento e di emozione profonda. Ma come fare perché questo sentimento sia duraturo o che si rinnovi spesso nella vita? Dove trovare un cuore che corrisponda? Molte volte ho evitato per qualche giorno di reincontrare l’oggetto che mi aveva affascinato… Sapevo che quell’incanto sarebbe stato distrutto dall’impatto con la realtà“. Poi esclama, mettendo in luce la radice di tutte le riflessioni: “Ma cos’è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felicità non c’è, cos’è dunque la vita?” Una domanda che esplode come grido, non una interrogazione scettica sulla esistenza. 

Leopardi è stato definito il poeta del desiderio, ma questo non definisce solo la mancanza di cui è segno e per cui viene interpretato nella linea più negativa del pensiero moderno, quasi antesignano del nichilismo attuale. No, Leopardi rivendica la pienezza di cui quel desiderio è segno, quasi avesse letto un incredibile passaggio di Tommaso nel suo commento alla Metafisica di Aristotele. Il movimento del desiderio umano spiega l’atto per cui si passa da uno stato di quiete ad uno di moto; ma ciò che muove è il presentimento di uno stato di maggior benessere e collegandosi, poi, alle prime parole della Metafisica (“Tutti gli uomini per natura desiderano sapere”), continua Tommaso nel suo commento: “Dio si muove ‘quasi amatum’ perché non si riferisce al desiderio di un’assenza ma di una presenza“.

Il passo di Tommaso prosegue, ma quello che importa mettere a fuoco è una intuizione del filosofo Augusto Del Noce sulla religiosità di Leopardi, in cui citando Michele Federico Sciacca, scrive: “Il Leopardi ‘ateo’ è una grande anima religiosa proprio per il motivo che esclude ogni soluzione terrena e storica del problema del destino dell’uomo; con ciò stesso egli riconosce implicitamente che nessuna di queste soluzioni può sostituire quella cristiana, la sola integrale“; e prosegue affermando che nel pessimismo di Leopardi si esprime la critica più sofferta e radicale all’ottimismo dell’illuminismo (pur rimanendo impastato, immobilizzato dal materialismo del sensismo illuministico), legando perciò la sua critica a quella di Pascal; e cita ancora Sciacca: “Leopardi è vicino a Pascal in quanto ne verifica il pensiero, nel senso che demolisce tutti i falsi surrogati della Redenzione creati dall’illuminismo: progresso, scienza, mito dell’avvenire, lumi della ragione, bontà della natura“.  

Il riferimento a Pascal sposterebbe ulteriormente il discorso, collegandolo altresì ad alcune intuizioni di Foscolo sull’uomo nell’infinito, ma certo Leopardi con quella potente domanda di senso e di felicità da cui scaturisce tutta la sua poesia si affaccia alla modernità avendone smascherato le sovrastrutture più forti, quei “falsi surrogati” e accompagnando così, come han mostrato Divo Barsotti nelle sue pagine e Luigi Giussani in tutta la sua esperienza e riflessione, in modo altissimo e potente la nostra ricerca di uomini.

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