SCUOLA/ Don Milani, il bello di regalare la propria libertà ai più piccoli

- Rossella Viaconzi

In un tempo dove mancano maestri don Lorenzo Milani ci indica che è necessario ancora “perdere la testa per i ragazzi”. Un libro sul priore di Barbiana. ROSSELLA VIACONZI

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Don Lorenzo Milani con i suoi studenti (foto dal web, mostra "Don Milani a Barbiana: il silenzio diventa voce")

Esce, a cinquant’anni dalla morte, Don Lorenzo Milani. Con la mente aperta e il cuore accogliente di Emma Paola Bassani ed Angelo Lucio Rossi per l’editrice Imprimatur, un libro avvincente e sui generis nella panoramica bibliografica del prete di Barbiana che sicuramente traccerà una linea di demarcazione su quanto è stato detto e scritto su di lui. 

La prima parte, in forma di lettera ai nipoti, è scritta da Emma Paola Bassani, figlia della cugina prediletta di don Milani e rivisita aspetti familiari e intimi che meglio ne contestualizzano la figura e soprattutto ne rivendicano tratti del carattere e della formazione culturale. La seconda parte, a cura di Angelo Lucio Rossi, sviluppa, invece, quanto di don Milani è lo specifico educativo, pedagogico, esistenziale ed umano andando alle radici del suo pensiero e della sua storia personale. L’autore, prima come maestro poi come dirigente scolastico, ha fatto suo il motto “I care” nella scuola di oggi per l’inclusione degli immigrati attraverso l’esperienza di “Scuole Aperte” nella periferia milanese. Chiudono alcune interviste a due ragazzi ormai settantenni, ex allievi della scuola di Barbiana.

Non è semplice scrivere di don Lorenzo. Lo è ancor meno quando tutto sembra ormai essere stato detto e scritto su di lui, sul suo pensiero e sulla sua opera educativa. Tutto è impresa ardua fin quando qualcuno non chiede di approfondire un incontro che, per entrambi gli autori, risiede nel profondo della loro memoria infantile e di pre-adolescenti: per Emma l’incontro con don Lorenzo, per Angelo l’incontro con chi lo farà sentire “un ragazzo di Barbiana”. Per una sarà un non pensarci più per decenni, per l’altro un confronto quotidiano, un esserne figlio. 

Ne esce un libro che è davvero un unicum aderente al prete, al maestro, all’uomo don Milani come mai prima d’ora e che finalmente rende giustizia di certe visioni agiografiche o ideologiche, anche recenti, indebite che lo hanno relegato, nel corso degli anni, in contesti altri.

Entrambi gli autori che, a onor del vero, hanno scritto senza nulla sapere nello specifico l’uno dell’altro se non il contenuto generale trattato da ciascuno, giungono alla medesima conclusione: Lorenzo è un uomo infinitamente libero in un mondo che non lo è, amante della Chiesa in un mondo cristallizzato e scristianizzato, innamorato della bellezza e dell’umano come pochi a tal punto da dedicare la sua vita agli ultimi quando, per costrizione, è esiliato dalle sfere ecclesiastiche a Barbiana, nella Valle del Mugello, vicino a Firenze. La prima cosa che farà nel 1954, salendo in quel luogo impervio privo di acqua, luce, gas e ogni genere di comfort, sarà comprarsi un fazzoletto di terra nel cimitero sottostante la chiesetta per esservi sepolto, come in fondo desidera ogni vero curato d’anime che abbraccia quanto un Altro dispone per lui. 

“Quando uno regala la sua libertà è più grande di chi è costretto a tenersela” scriveva già nel marzo del 1944 Lorenzo alla madre. Proprio per questa sua libertà totale nulla gli viene concesso in termini di riconoscimento ecclesiale né prima né dopo la morte, fino a poco tempo fa, quando papa Francesco lo porterà ad esempio di vero educatore e pedagogo: per alcuni azione tardiva di riabilitazione, per altri giusto riconoscimento della sua opera all’interno della Chiesa e non solo.

Sarà forse per questa sua particolare messa in ombra da parte della Chiesa ufficiale che don Milani non era stato ancora investigato in profondità costituendone la fede e l’attaccamento ai sacramenti il nucleo centrale del suo agire non solo sacerdotale. Emerge dal testo, infatti, che la vera laicità di Milani trae linfa proprio da una fede abbracciata in età matura che esalta l’intelligenza e la capacità critica innate del priore di Barbiana. 

Nulla sarà più confortante per don Milani del poter ricevere sempre il perdono dalla Chiesa (vero motivo per cui pur in “esilio” non se ne staccherà mai) e dell’essere con i suoi ragazzi quando, consumato dalla malattia che lo porterà alla morte, si preoccuperà di elevarli velocemente ad un livello di maturazione e di conoscenza tale da farli camminare da soli: “se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati” (Lettere ad una professoressa).

L’educazione per don Milani è un’opera d’amore. Lui stesso scriverà nel suo testamento: “ho voluto più bene a voi che a Dio, ma spero che Lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia iscritto tutto a Suo favore”. In un tempo dove mancano testimoni e maestri don Milani ci indica che è necessario ancora “perdere la testa per i ragazzi” attraverso un cammino comune nella bellezza e grandezza della vita. 

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