Trump prende le distanze dai neocon e sembra meno aggressivo con l’Iran. Ora auspica un accordo sul nucleare, senza che Israele attacchi Teheran e i suoi siti per l’arricchimento dell’uranio. D’altra parte, spiega Giuseppe Morabito, generale dell’Esercito, fondatore dell’IGSDA e membro del Collegio dei direttori della NATO Defense College Foundation, agli elettori si è presentato come il presidente che avrebbe messo fine a tutte le guerre, non potrebbe proprio ora giustificarne un’altra. Tenterà un accordo valutando poi, dopo i primi cento giorni del suo mandato, quale sarà la situazione. Attaccare i siti nucleari e quelli petroliferi potrebbe comportare conseguenze di non poco conto anche per i Paesi sunniti. E poiché pure all’Iran, che oggi appare debole dal punto di vista economico, l’intesa (e la rinuncia alle sanzioni nei suoi confronti) farebbe comodo, un tentativo andrebbe fatto. Agli iraniani, per accontentare Netanyahu, si potrebbe chiedere, tra l’altro, di impegnarsi a rinunciare al sostegno ai loro proxy: Hamas e Hezbollah sono già stati ridimensionati, ma sono ancora attivi, e gli Houthi sono ancora una minaccia per gli israeliani e gli occidentali.
Gli israeliani erano convinti che Trump approvasse l’attacco ai siti nucleari dell’Iran. Come mai ha cambiato idea?
Ha promesso agli elettori che avrebbe chiuso i conflitti in cui potevano essere coinvolti gli Stati Uniti. Prima di avallare e sostenere Israele nell’idea di un possibile attacco ai siti nucleari iraniani, vorrà provare la via diplomatica, come ha fatto, a suo tempo, e con successo, per gli Accordi di Abramo. Tel Aviv, d’altra parte, finora non si era mossa perché Biden si era palesemente opposto.
Trump ha forse paura che si riapra la guerra a Gaza o in Libano e Siria e non vuole sostenere Tel Aviv addirittura su due fronti?
Hamas e Hezbollah sono isolati. Credo che quello che avverrà a Gaza e in Cisgiordania sia, al momento, scollegato dal dossier Iran. Anche se gli ayatollah, come proxy, hanno ancora gli Houthi. Israele, nell’ultimo attacco ha ridotto quasi a zero l’operatività del sistema contraereo iraniano: sarebbe un momento favorevole per colpire Teheran, ma Trump sa che l’Iran ora non può fare male più di tanto e prende tempo per vedere se riesce a trovare una soluzione che non sia quella del bombardamento selettivo dei siti strategici nucleari e petroliferi.
Ma perché adesso sembra così prudente riguardo all’attacco?
Bisogna tenere conto di due aspetti importanti. Un attacco ai siti nucleari potrebbe causare un fallout di materiale radioattivo sui Paesi sunniti come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, Qatar, Bahrain. Se poi l’azione militare avesse come obiettivi i siti petroliferi, bisogna considerare che nell’isola di Kharg c’è il greggio destinato alla Cina Popolare e all’India e un attacco creerebbe un grosso attrito con Pechino, perché la Cina non avrebbe più a disposizione un’importante fonte di energia. Non solo, la dispersione del petrolio potrebbe inquinare gravemente il Golfo Persico. Prima di creare tutti questi problemi, l’amministrazione Trump preferisce vedere se riesce a trovare un accordo. Gli americani vogliono ponderare bene la situazione, cercando di mantenere Israele in una situazione serena e non aggressiva.
Secondo alcuni analisti, Trump, per risolvere il caso Iran, potrebbe affidarsi a Steve Witkoff, il mediatore che avrebbe portato l’accordo a Gaza. Nell’amministrazione, tuttavia, ci sono anche altri, come il segretario di Stato Marco Rubio, che sono più possibilisti sull’attacco all’Iran. Gli USA, in realtà, non hanno ancora deciso cosa fare e nell’amministrazione c’è ancora qualcuno che propende per piani più aggressivi?
Nello staff di Trump ci sono sicuramente posizioni diverse, ma alla fine è lui che decide: sicuramente esplorerà la possibilità di trovare una mediazione, un modo per non portare in guerra gli Stati Uniti in un ulteriore teatro. Il suo motto è “America first”: se non si fa coinvolgere in conflitti in ambito internazionale, può concentrarsi sui problemi interni del Paese. Certo, poi ci sono persone, nel suo establishment, che possono pensarla diversamente. Bisogna vedere cosa succede nei primi cento giorni del suo mandato.
Cioè per ora cercherà un accordo e dopo i primi tre mesi farà una nuova valutazione e vedrà se dare il via all’attacco all’Iran?
Ne parleremo a fine aprile. Allora potrebbe riconsiderare tutto. Ha due anni di tempo. Ora ha il Congresso dalla sua parte e vuole sfruttare la situazione prima che si arrivi alle elezioni di Midterm. L’esito di queste elezioni passa per la conferma delle sue promesse elettorali.
Times of Israel connette il cambio di programma sull’Iran alle scorte tolte a Mike Pompeo e Brian Hook, funzionari USA considerati dei falchi nei confronti dell’Iran e minacciati da Teheran. Significa che Trump sta prendendo le distanze dai repubblicani neocon (che hanno influenzato Biden) e da quel Deep State che potrebbe non assecondarlo?
È un chiaro segnale che non c’è più feeling tra Trump e questi gruppi. La componente neoconservatrice non appare gradita al neopresidente americano. Togliere la scorta significa evidentemente indebolire la loro posizione, manifesta la volontà di estrometterli politicamente. Si tratterebbe di un segnale che Trump sta cercando di indirizzare la sua amministrazione in direzione diversa.
Anche l’Iran ha dato più volte la disponibilità a trattare: è solo debole perché Israele ha già danneggiato le sue difese aeree o la guerra potrebbe creare problemi al regime all’interno del Paese?
L’Iran si è visto ridurre le capacità di difesa aerea dagli attacchi di Israele in modo importante. Ha come minimo bisogno di prendere tempo per ricostituirle. In questo momento la Russia non può dare una mano importante perché è impegnata in Ucraina. Teheran potrebbe essere disponibile a trattare anche per problemi interni: le distruzioni derivanti da un conflitto e una sconfitta delle forze armate potrebbero influire sulla stabilità interna e sulla tenuta del regime. Teheran è troppo debole da diversi punti di vista e forse preferirebbe trattare.
Che tipo di accordo potrebbe nascere? All’Iran potrebbe essere chiesto di impegnarsi ad abbandonare definitivamente i proxy?
In qualche modo si dovrebbe tranquillizzare Israele, preferendo la via diplomatica, cosa inimmaginabile dopo la guerra iniziata a ottobre 2023 con l’attacco terroristico di Hamas. Potrebbe essere una soluzione. Comunque bisognerà vedere la situazione che si prospetterà dopo i primi cento giorni di presidenza Trump.
(Paolo Rossetti)
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