SCUOLA/ Più forti del Covid: così i sindacati remano contro gli studenti

- Alessandro Artini

Ci sono due nodi da sciogliere per il rientro a scuola: le lezioni più brevi e il recupero delle insufficienze. I sindacati stanno difendendo l’indifendibile

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Sindacati scuola (LaPresse)

Ci sono due nodi da sciogliere per il rientro a scuola, che, se irrisolti, rischiano di provocare forti tensioni.

Il primo riguarda la riduzione temporale delle singole lezioni. Com’è noto, molte scuole accorciano la durata oraria delle lezioni, perché il fattore tempo si associa a quello dello spazio, anch’esso essenziale. Semplificando, forse eccessivamente, la questione si pone in questi termini: riducendo il tempo scuola di ciascuna classe, si creano spazi per consentire le lezioni in presenza al maggior numero possibile di alunni. Tempi di lezione e spazi, sotto molti aspetti, sono variabili inversamente proporzionali. Ne deriva che alcune scuole scelgono di ridurre la durata di ciascuna lezione, ad esempio portandola a 45 minuti, anziché mantenerla di 60. In questo modo, tuttavia, gli insegnanti lavorano un quarto d’ora di meno per ciascuna lezione, le quali sono settimanalmente diciotto (nelle scuole superiori). Si tratta, pertanto, di una riduzione di tempo cospicua. Dovrà essere recuperato un tale tempo da parte dei docenti?

I sindacati sostengono di no, perché la riduzione stessa nasce da cause di forza maggiore: l’epidemia.

Il buon senso suggerisce che, in un momento grave per il Paese, tutti debbano accrescere l’impegno, anziché vantare il diritto a non recuperare il tempo perso. Anche perché i docenti sono pagati per un orario di 60 minuti, senza alcuna decurtazione monetaria proporzionale ai 45 minuti.

Questo è il primo nodo.

L’altro, cui mi sono riferito in un precedente articolo, è quello del recupero delle insufficienze per gli alunni che sono stati ammessi al prossimo anno scolastico. Le lezioni, che cominceranno dal 1° settembre, secondo l’ordinanza sono da considerare come attività ordinaria. In tal senso, contravvenendo la pratica degli anni precedenti, non ci sarebbe alcun pagamento aggiuntivo. Ovviamente i sindacati non sono d’accordo.

Anche questo secondo nodo, se non sciolto, rischia di avvelenare il clima organizzativo delle scuole, proprio nel momento in cui si richiederebbe una maggiore collaborazione.

Sarebbe opportuno, dunque, che il ministero dichiarasse espressamente ciò che, dal suo punto di vista, si deve fare. Come sempre, è una questione di coraggio politico, che però pare essere una merce rara (si veda ad esempio il rimpallo di responsabilità tra il governo nazionale e quello regionale per il mancato lockdown di Nembro e Alzano). L’epidemia, del resto, sta mettendo in luce tutto ciò che, nella scuola, non funziona e in particolare l’alleanza tra Stato e docenti su cui si è retto il mondo scolastico negli ultimi cinquant’anni: l’offerta di un modesto stipendio con il corrispettivo di un altrettanto modesto impegno. Ma, per una parte degli insegnanti, l’impegno è aumentato notevolmente mentre lo stipendio è rimasto invariato. Esso è del tutto inadeguato, in alcune regioni dove c’è un elevato costo della vita.

Per questo i sindacati, con l’assenso ministeriale, hanno ritenuto di dover “difendere” la categoria da qualsiasi ulteriore mansione, come quella di “restituire” il tempo di lavoro ridotto (salvo casi di natura didattica) o come quella di effettuare le lezioni agli alunni che hanno insufficienze come attività ordinaria. In sostanza, per i sindacati, se non c’è la tradizionale attività mattutina d’insegnamento, i docenti non sono tenuti a far nulla. Secondo loro, anche la didattica a distanza era una forma di volontariato.

È una difesa ragionevole? Non direi, stando ai risultati.

In questo periodo, inoltre, una tale difesa corre il rischio di danneggiare ulteriormente l’immagine della categoria, che appare privilegiata a fronte di altri lavoratori in difficoltà.

Si tratta, dunque, di rivedere l’alleanza, perché essa ha una natura falsamente egualitaria e disconosce le differenze d’impegno personali e professionali. Se si vuole investire sulla scuola, occorre partire dalle persone e, in primo luogo, ripristinare la formazione per gli insegnanti che la “Buona Scuola” (comma 124) aveva reso “obbligatoria, permanente e strutturale”. Dopo che tale obbligo è stato affidato ai collegi dei docenti, la formazione nei fatti è disattesa. Occorre dotarla di efficacia e porla a fondamento della carriera docente. Dopo anni di egualitarismo ideologico, la formazione può essere la leva di una nuova valorizzazione delle persone.

Nel frattempo la ministra, che in una trasmissione ha dichiarato di sentirsi talvolta in un mondo parallelo, se vuole tornare nella comune realtà, cominci a sciogliere i due nodi sopra citati. Il coraggio non lo si dimostra solamente assumendo una voce stentorea e uno sguardo severo.

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