Educazione
martedì 13 luglio 2010
In questi giorni si sta discutendo, in Senato, il ddl di riforma del sistema universitario proposto dal ministro Gelmini. Il testo, se approvato, apporterebbe alcune modifiche rilevanti, tra le quali la possibilità per il Rettore di nominare il consiglio di amministrazione (sostituendo l’attuale meccanismo elettivo), la definizione di un legame più forte tra risultati e finanziamento pubblico, la creazione di un sistema di reclutamento dei docenti più trasparente e meritocratico - almeno dal punto di vista formale.
Senza entrare nel merito dei singoli aspetti, ci sembra che la politica generale del provvedimento sia coerente con la necessità di rivedere alcuni meccanismi di finanziamento e regolazione del sistema che, in passato, non hanno funzionato. Appare necessario, tuttavia, avviare una riflessione in parallelo, per potenziare ulteriormente il processo di modernizzazione e di rilancio del sistema universitario. In questo contesto, è importante chiarire che il cuore del problema - e la sua soluzione - non è rappresentato tanto dalle regole di funzionamento “interno” degli atenei (organi accademici, sistemi decisionali, ecc.), quanto dalle regole di governance “di sistema”, ossia dal rapporto tra il sistema pubblico e le università.
In questa prospettiva, la riflessione deve considerare due fattori importanti. Il primo è che non tutte le università italiane hanno abusato dell’autonomia. Analizzando i dati sulla situazione finanziaria, sulle prestazioni didattiche (laureati, occupati a tre anni dalla laurea) e di ricerca (pubblicazioni, citazioni, capacità di attrarre fondi esterni) si nota che ci sono atenei che negli ultimi anni hanno ottenuto risultati brillanti.
Il secondo fattore da considerare è la crescente “internazionalizzazione” della formazione terziaria. Chi vive nelle università sa bene che, negli ultimi dieci anni, gli studenti migliori d’Europa e del mondo si muovono, e vanno alla ricerca dell’offerta migliore, ovunque essa si trovi. Anche dal punto di vista della ricerca, la reputazione degli atenei si misura su scala europea e mondiale, e non più all’interno dei singoli Paesi (basti ricordare le famose classifiche del Times che, ogniqualvolta pubblicate, fanno i primi titoli dei giornali).
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