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SCUOLA/ Ecco perché senza la tradizione non si può educare

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La scuola è “pubblica” per la funzione che svolge, non per il soggetto che la gestisce. Questa convinzione, maturata soprattutto negli ultimi anni, è destinata a mutare i termini del rapporto fra scuola statale e scuola paritaria, erroneamente identificate, la prima, con la scuola pubblica e, la seconda, con la scuola privata.

Il passaggio, nella legislazione italiana, dalla figura dello Stato come gestore del sistema scolastico a quella di garante, apre infatti ad una diversa definizione dei vari tipi di scuola e del rapporto che li lega. Si può sinteticamente dire che il termine “pubblico” non qualifica esclusivamente l’attività di un ente pubblico, ma riguarda tutte le attività che, per il modo e la finalità con cui sono realizzate, si collocano nello spazio pubblico e hanno una destinazione pubblica. Ciò vale in particolare nel campo dell’istruzione e dell’educazione, per la tipicità che tali attività, umane e sociali, possiedono intrinsecamente. Una scuola ha infatti il compito di aprire l’intelligenza, sviluppare le capacità individuali, contribuire alla formazione dell’autocoscienza personale, fare in modo che l’allievo, già nel tempo della sua formazione, ma poi nell’esercizio della sua responsabilità adulta, sia capace di porsi in relazione con le cose, con gli altri e con se stesso, in modo motivato e criticamente consapevole.

Come scrive Patricia Benner, “il pubblico è lo spazio in cui è possibile realizzare esperienze formative, condividere, comunicare, dischiudere nuove possibilità di significato, un più profondo accesso alla realtà”. Il “pubblico” è lo spazio del bene comune, che la scuola, per sua specifica missione, è chiamata a edificare, sia in base alla sua stessa esistenza sia per la formazione di chi, nel domani, potrà offrire, con il proprio modo di vivere e il proprio lavoro, un contributo alla vita personale e sociale.

In questa luce alla scuola paritaria, come alle scuole che fanno capo agli enti locali, va riconosciuto a pieno titolo la qualifica di scuola pubblica, essendo da essa garantita la finalità formale della scuola e la realizzazione sostanziale dei suoi principali obiettivi.

Con ciò non si vuole dire che si sia ormai definitivamente voltato pagina. Anzi, certi persistenti ritorni a pregiudizi del passato e polemiche spesso pretestuosamente montate, sembrano, a volte, far scivolare su una china di tutt’altro tenore. Ed anche in sede legislativa e politica non mancano difficoltà e resistenze. Si è certo ancora lontani dagli obiettivi di libertà scolastica, che insigni studiosi ed eminenti personalità della vita pubblica italiana hanno in vario modo proposto, impegnandosi appassionatamente per la loro realizzazione.

Il cambiamento di rotta in favore della libera scuola, invocato da Luigi Sturzo all’indomani della seconda guerra mondiale, non è stato fatto in più di sessant’anni di Repubblica; né la libertà di educazione, considerata fin dagli anni 60 come il problema più grave del nostro paese e perentoriamente richiesta nella famosa formulazione di don Giussani “mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare”, ha trovato piena accoglienza nella sfera politica e istituzionale. Potrebbe sembrar una sconfitta, a mitigar la quale resterebbe la consolazione di aver avuto ragione, come pareva concludere Dario Antiseri, in un bel libro sull’argomento di qualche anno fa (D. Antiseri, L. Infantino, Le ragioni degli sconfitti nella lotta per la scuola libera, Armando, Roma 2000); oppure può essere motivo per riprendere su nuove basi e con più convinzione un impegno volto non alla difesa di un irritante privilegio o di una non più attuale pretesa, ma al bene di tutti e della scuola in quanto tale.



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