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SCUOLA/ I veri "fantasmi" del dibattito sul saper di greco e di latino

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Caro direttore,
quanto il dibattito sulla cultura classica risenta di questi tempi oscuri e minacciosi,  mi pare che sia emerso anche dal recente dibattito a distanza tra il professor Bettini e la professoressa Mastrocola.

In ogni caso, dalle olimpiche torri d'avorio da cui il Bettini e la Mastrocola scrutano l'agone dell'arena in cui sono immersi docenti e studenti mentre una società è spettatrice sempre più indifferente, non si vede che il mondo della scuola, in maniera silenziosa, si è scrollata di dosso — pare — queste questioni degne che richiamano quasi le pulci aristofanesche, obsoleto retaggio dell'Altertumswissenschaft e, rimboccandosi le maniche, tenta di essere creativa nello stimolare l'amore delle cultura classica rivitalizzando la morente istruzione classica.

A onor della cronaca, tralasciando Bettini e Mastrocola, la querelle è ancora più profonda quando non ci si chiede più "latino perché? latino per chi?" (secondo una espressione di Traina), ma, con una domanda-slogan ulteriormente semplificata, anzi semplicisticamente congegnata, passando dall'accidente alla sostanza: "latino sì, latino no?".

Il fatto è che la riflessione di Bettini e Mastrocola sul format della versione di maturità è parte ancora del confronto tra gli addetti ai lavori, mentre invece, nell'opinione pubblica, serpeggia l'idea dell'inutilità del greco e del latino e, di conseguenza, del loro insegnamento nelle scuole della Repubblica. Due esempi di questo atteggiamento massmediatico sono altamente eloquenti, a cominciare  dalla posizione di, Bruno Vespa, il quale, nel 2012, auspicava l'abolizione dello studio del greco antico, insegnato come materia obbligatoria e fondante per quattro ore alla settimana (solo lingua) al biennio e per tre ore alla settimana (letteratura e lingua) al triennio del liceo classico,  per il fatto di costituire  una grande difficoltà per i giovani dei nostri giorni.

Il giornalista Stefano Bartezzaghi, dal canto suo, nel 2013, rispondeva a una lettera inviata a Repubblica da un lettore, il signor Chiassarini, che da padre lamentava lo studio della lingua latina come inutile per la formazione del proprio figlio iscritto al primo anno di un liceo scientifico, dove la lingua ciceroniana viene insegnata "appena" per tre ore a settimana a vantaggio di matematica, scienze e chimica e fisica. Ma la cosa sorprendente è che era proprio il figlio a difendere il latino nei confronti del padre, triste perché il figlio «ama l'inutile latino»!

Naturalmente, come abbiamo appreso dall'articolo di Bettini, è meritorio che oltre un centinaio di docenti di materie classiche, assai preoccupati di non diventare soprannumerari nella propria scuola per la mancanza di iscrizioni al liceo classico, si siano interrogati sulla traduzione dei testi antichi in convegni tra nord, sud e centro dello Stivale; altrettanti hanno affollato i convegni per essere formati sulla didattica delle lingue classiche e la dislessia…



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