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SCUOLA/ Riproporre Dante e Manzoni non ci mette dalla parte dei "buoni"

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Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)  Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)

C'è un possibile equivoco, nel bellissimo libro di François-Xavier Bellamy, I diseredati, ovvero l'urgenza di trasmettere, di cui ilsussidiario.net ha già detto a suo tempo e che ora è uscito in italiano per i tipi di Itacalibri. È, ripeto, un libro bellissimo, che vale assolutamente la pena leggere, sicuramente per chi si occupa di scuola, ma anche per chiunque sia curioso di capire da dove nasca il dramma di quella "emergenza educativa" che è sotto gli occhi di tutti.

Bellamy passa infatti in rassegna in maniera impeccabile le origini culturali della distruzione dell'educazione, puntando il dito contro tre cattivi maestri che hanno posto le basi del disastro.

Il primo è Cartesio, che apre la strada col proclama: "Allontaniamoci dai libri; sostituiamo l'incertezza del sapere ricevuto con la certezza dell'unica conoscenza legittima, quella che ciascuno può costruire da sé. Scegliamo da soli la nostra strada". Secondo Cartesio "La scuola è sconfortante. È utile solo per gli esercizi che vi si praticano e che almeno hanno la virtù di aprire la mente del bambino, pur non lasciando un contenuto di conoscenze valide: la storia forma il giudizio, la morale gli conferisce altezza, la filosofia aiuta ad esprimersi. Queste materie possono essere coltivate con profitto non tanto per il loro contenuto, che risulta incerto e quindi poco interessante, quanto come 'attività di stimolo', per gli esercizi ai quali esse abituano".

Dopo Cartesio, Rousseau: "Il progresso della civiltà ha reso l'uomo insieme cattivo e infelice. I dotti ci hanno resi infelici, gli artisti ci hanno pervertiti". Di qui il ribaltamento del compito educativo: "dato che l'ignoranza è innocente, e la cultura pericolosa, l'educatore deve valutare tutto ciò che non deve insegnare al bambino, non ciò che deve insegnargli".

Terzo tra cotanto senno uno dei padri del Sessantotto, Pierre Bourdieu. Ne Gli eredi — pubblicato nel 1964, a cui il titolo del libro di Bellamy espressamente si rifà — sostiene che la cultura è uno strumento del potere, serve per selezionare chi entrerà a far parte della casta dominante e chi ne sarà escluso: "Non c'è trasmissione che non sia violenza, non c'è educazione che non poggi sull'affermazione brutale e indiscussa di un pregiudizio del mondo degli adulti". Liberare gli uomini sarà quindi liberarli dalla cultura.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. È Samy, quindicenne accoltellato a due passi dal liceo dove Bellamy insegna perché è entrato nel territorio di una banda rivale; è il ritorno allo "stato di natura" invocato da Rousseau, che però non ha niente di idilliaco: è violenza tribale ed espressione ridotta a grido inarticolato. 



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