Gonzaga e la fine del mondo

Il titolo del Festival della scienza di Roma è abbastanza singolare. Ce lo spiega PIGI COLOGNESI parlando di san Luigi Gonzaga

24.01.2011 - Pierluigi Colognesi
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La terra e il sole nello spazio

Si è appena concluso all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’annuale festival della scienza. Il titolo stuzzica un diffuso stato d’animo di incertezza: «La fine del mondo». Ovviamente non si parla delle fosche previsioni dei Maja che stabiliscono l’apocalisse alla fine del prossimo anno; è solo uno spunto evocativo per parlare di clima, sovrappopolazione, ipertecnologia, terremoti e catastrofi varie.

Devo dire che l’argomento non riesce a scaldare il mio interesse. Però mi ha incuriosito il sottotitolo: «Istruzioni per l’uso». Se c’è un momento in cui nessuna istruzione per l’uso è praticabile è proprio quello che precede la fine, il chiudersi del sipario, lo stop conclusivo. Lì, come diceva Kafka, non abbiamo bisogno di istruzioni per l’uso, ma del miracolo. Il fatto è che non sai mai quale sia questo momento; lo possono essere tutti.

Le biografie di san Luigi Gonzaga raccontano un episodio di quando il giovane nobile, che aveva abbandonato tutto per farsi gesuita, era in collegio. Stavano giocando a palla e, forse per istigare gli amici alla virtù della vigilanza, uno chiese ai compagni: «Se vi dicessero che tra venti minuti c’è la fine del mondo, cosa fareste?». In una devota gara di zelo, le risposte furono del tipo: «Correrei a confessarmi», «andrei in chiesa a pregare», «cercherei il mio padre spirituale». Il giovane Luigi, no; sorprendendo tutti rispose: «Continuerei a giocare a palla».

Ciò può certamente significare che il futuro santo aveva – come si usava dire – la coscienza così a posto da non aver bisogno di supplementi di devozione. Ma credo che la cosa sia più profonda. È che per lui la «fine del mondo» era presente nel momento stesso in cui giocava, era già nell’istante che stava vivendo. E così lo riempiva di un valore eterno. Senza bisogno che la minaccia di un futuro incerto lo distraesse dalla quotidianità.

Il miracolo è già vivere coscientemente il contenuto dell’istante presente e nessuna istruzione per l’uso – anche se di carattere devoto – è allora necessaria. Il miracolo è che questo momento passeggero, inafferrabile, che quando ci pensi è già passato, proprio questo infinitesimale brandello del flusso del tempo ha valore e consistenza, non è perduto nel rimpianto di un istante che l’ha preceduto o nel sogno – o timore – di uno che lo seguirà.

 

È la percezione intensa e ricca del proprio istante che ha permesso a Luigi Gonzaga di affrontare, poco più che ventenne, l’apocalittico mostro di una malattia contagiosa che devastava Roma. Si è prodigato per assistere gli infermi con lo stesso ilare impegno con cui da studente giocava a palla. E, in un certo istante sconosciuto, il morbo ha intaccato il suo corpo e di lì a poco lo ha ucciso.

 

La fine del suo mondo è arrivata così. Lui era pronto. Non perché si fosse imbevuto di asfissianti istruzioni per l’uso, ma perché aveva alle spalle infiniti istanti di miracolo. La sua morte stessa è stato uno di essi.

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