Di cosa si nutre (veramente) l’uomo?

- Carlo Soave

Il cardinale Scola, arcivescovo di Milano, nel suo discorso alla città ha offerto la sua riflessione sul tema di Expo 2015 “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. CARLO SOAVE

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Il cardinale Angelo Scola (Infophoto)

Ieri, vigilia di Sant’Ambrogio, il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, nel suo discorso alla città e alla diocesi, ha offerto la sua riflessione sul tema di Expo 2015 “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Ma cosa nutre effettivamente la vita? Certo non c’è vita senza cibo, il cibo è energia e ci vuole energia per produrlo: il pane quotidiano è frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Ed è costato un duro lavoro ai nostri antenati che diecimila anni fa hanno inventato l’agricoltura, trovando le piante che potevano nutrirli, dissodando a mano il terreno, seminando e raccogliendo a mani nude le spighe. È una storia di un lavoro e di una fatica senza fine, costellato da invenzioni: l’aratro, la rotazione delle colture, la fertilizzazione dei campi, la regimentazione delle acque, la cura e la difesa delle piante; che hanno impegnato generazioni e generazioni di nostri antenati e che hanno portato a produzioni di cibo a livelli mai sperimentati nei secoli passati. Ma ci sono state anche sconfitte: basti pensare alla eccessiva diffusione della monocultura della patata nell’Irlanda della metà del 19° secolo che diede ampie opportunità alla peronospora di distruggere i raccolti e causare più di un milione di morti per fame.
E oggi a che punto siamo? Il 10% delle terre emerse del globo è coltivato (1.500 milioni di ettari, di cui circa la metà con cereali). Tutta questa terra e i suoi prodotti servono per nutrire oggi 7 miliardi di persone, e quindi abbiamo in media poco più di un quinto di ettaro di terra agricola a testa. Con una produzione media mondiale annua di 3.600 kg di cereali per ettaro, ognuno di noi ne ha a disposizione, in media, 385 kg, metà dei quali consumati direttamente dall’uomo (riso, pane, pasta), l’altra metà per alimentare il bestiame (per fare latte e carne) e per produrre energia. Ragionare sulla media è però fuorviante, perché le produzioni e la densità di popolazione sono molto diverse da un’area geografica all’altra; di conseguenza c’è chi ha troppo (e magari lo usa male) e chi ha troppo poco.
Bisogna allora ricominciare da capo, con l’educazione perché “l’uomo educato” coltiva e trasforma il raccolto in cibo, in amicizia con gli uomini e con la natura. E qui si inserisce la riflessione del cardinale Scola: l’urgenza educativa in relazione alla responsabilità di quanto ci è stato consegnato e alla consapevolezza della parentela e amicizia che lega tra loro tutti gli uomini.

E domani? Le previsioni dicono che la popolazione mondiale crescerà di 2 miliardi in venti anni; ci sarà cibo per tutti? Cosa possiamo e dobbiamo fare? 
Una prima cosa è cambiare gli stili di vita: ad esempio ridurre il consumo di calorie e di carne nei paesi che più ne fanno uso, cioè i paesi ricchi, con benefici sia per le persone sia per l’ambiente; ridurre gli sprechi e le perdite: nei paesi ricchi circa il 30% dei prodotti alimentari viene sprecato, mentre nei paesi poveri un’aliquota consistente di derrate alimentari si perde nel campo e nei granai a causa di predatori e cattive condizioni di immagazzinamento. E poi aumentare le produttività mediante i tradizionali procedimenti di incrocio e selezione, ma anche attraverso nuove tecniche fra cui l’ingegneria genetica che permette di dotare le piante di caratteri vantaggiosi con maggior precisione e tempi ridotti rispetto al passato. 
Ma la ricetta del Cardinale è un’altra: bisogna innanzitutto nutrire l’uomo per nutrire il pianeta. E cosa nutre veramente l’uomo, qual è il suo bisogno? Ciò che manca all’uomo (e il bisogno ne è il sintomo più evidente) è la risposta alla domanda “ed io chi sono”, cioè il senso della vita, del mondo e del cosmo; una domanda che fonda una reale parentela e amicizia tra tutti gli uomini e tra gli uomini e la terra che li ospita. Solo un’ecologia dell’uomo può fondare una feconda ecologia dell’ambiente: custodi del creato, né dominatori, né casuali abitatori.



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