CASO MORO/ Il Ris, quel garage troppo stretto e i due probabili assassini

- Bruno Foresi

Le indagini della Commissione Fioroni smentiscono la versione dei brigatisti sul luogo dell’esecuzione. Ecco la probabile verità e gli assassini. Secondo di due articoli

aldo moro
Aldo Moro (1916-1978) (LaPresse)

Nel precedente articolo abbiamo visto come è stato ucciso il presidente Moro e dalle verifiche del Ris è stata notevolmente riscritta la dinamica dell’omicidio rispetto alle dichiarazioni rese dai brigatisti. Ma dove è stato ucciso l’onorevole Moro? E chi lo ha ucciso?

Il Ris nel garage di via Montalcini

Proprio alla luce degli accertamenti condotti sulla dinamica dell’omicidio, la Commissione ha richiesto di disporre di elementi di valutazione sulla reale praticabilità dell’omicidio di Moro, così come ricostruito dai brigatisti, nel garage di via Montalcini 8. Il 4 maggio 2017, su delega della Commissione, il Ris ha effettuato delle reali prove d’ingombro nel box-garage di via Montalcini 8 in Roma con una Renault 4 e, nello stesso locale, delle vere prove di sparo con le armi usate per l’esecuzione dell’omicidio (la pistola semiautomatica Walther cal. 9 mm corto e la mitraglietta Skorpion cal. 7,65 mm e relativo silenziatore), per verificare l’effettivo fragore dell’esplosione dei colpi.

Ci si è presto resi conto che, nel corso degli anni, il box di interesse ha subito importanti modiche strutturali volte al suo ampliamento. Quindi si è tenuto conto di tali modifiche attraverso elaborazioni di simulazione in 3d. In base alle prove d’ingombro reali (collocando fisicamente una Renault 4 all’interno del box) e virtuali (elaborando i dati acquisiti con il laser scanner 3d) sono state formulate diverse conclusioni possibili.

Se la porta basculante che esisteva nel 1978 fosse stata completamente chiusa, pur posizionando la Renault 4 in retromarcia fino a far toccare con la sua parte anteriore la parte interna della basculante, sarebbe stato molto complicato aprire/ chiudere il portellone dell’auto, senza evitare che quest’ultimo urtasse sulla parete in fondo (e tutto ciò a prescindere dal modo più o meno obliquo con cui poteva essere parcheggiata in retromarcia l’auto nel box).

Se la Renault 4 fosse stata parcheggiata in retromarcia nel box con il portellone posteriore già aperto, allora la porta basculante (dopo tale manovra) si sarebbe potuta chiudere completamente. In tale ipotesi, comunque, lo spazio di manovra sul retro della Renault 4 sarebbe stato poco superiore a 40 cm. In altri termini, chi ha sparato avrebbe avuto a disposizione meno di mezzo metro per compiere l’operazione.

Se la Renault 4 fosse stata parcheggiata in retromarcia nel box ad una distanza dal fondo della parete superiore a 0,51 m, allora molto probabilmente – afferma la perizia del Ris – “la sua parte anteriore sarebbe sporta oltre l’ingresso del box” e la porta basculante non si sarebbe potuta chiudere del tutto. È solo in questa ipotesi che il portellone posteriore dell’auto si sarebbe potuto chiudere/aprire liberamente (cioè senza urtare sulla parete in fondo al box).

Anche sul lato lungo del box, lo spazio residuo sarebbe stato molto esiguo. Se la Renault 4 fosse stata parcheggiata in retromarcia nel box, accostandola a destra, lo spazio residuo sul suo lato sinistro sarebbe stato variabile all’incirca tra 1,0 m e 1,6 m. Se la Renault 4 fosse stata parcheggiata in retromarcia nel box, accostandola a sinistra, lo spazio residuo sul suo lato destro sarebbe stato variabile all’incirca tra 1,0 m e 1,5 m circa. Quindi, riassumendo, 50 centimetri al massimo di distanza dalla parete di fondo, ma con la porta del garage semiaperta, e circa un metro e mezzo di spazio sul lato lungo del box.

In conclusione, secondo il Ris anche se “alcune delle ipotesi formulate sono astrattamente compatibili con l’effettuazione dell’omicidio nel box, nel complesso esse rafforzano i dubbi che, su un piano logico, si evidenziano rispetto alla praticabilità, in quel luogo, dell’azione omicidiaria”.

Il Ris ha anche condotto reali test di sparo con entrambe le armi usate per uccidere Moro, utilizzando il munizionamento del campionario di laboratorio del Ris di Roma. È da segnalare che per garantire la sicurezza degli ufficiali del Ris che hanno condotto le prove di simulazione, si è reso necessario esplodere i colpi di arma da fuoco a una distanza dal retro della Renault 4 tale che tutta la parte anteriore sporgeva dal box: questo per garantire l’incolumità degli operatori dai colpi di rimbalzo (problema che quindi, dovrebbero aver avuto anche i brigatisti).

La necessità di tenere la porta saracinesca aperta, nonostante l’uso del silenziatore, ha fatto avvertire, durante l’esperimento condotto dai Ris, il rumore dei colpi, come era facile prevedere, soprattutto nei locali più vicini come l’androne e lo spazio esterno, cioè i luoghi dove è maggiormente ipotizzabile il rischio di passaggio di inquilini, anche nell’orario indicato dai brigatisti, le 6.30 del mattino.

In conclusione, dunque, le attività tecniche di simulazione non escludono la possibilità di realizzare l’omicidio nel box, ma confermano i forti elementi di criticità e di macchinosità segnalati.

E quindi dove? L’ultima prigione di Moro…

Qual è stata perciò, l’ultima prigione di Moro, o almeno, l’ultimo luogo dove viene consumato l’omicidio, prima di portare il cadavere in via Caetani?

In una delle ultime audizioni della Commissione, il 6 dicembre 2017, don Fabio Fabbri, prelato molto vicino a Papa Paolo VI, ha affermato: “Voglio riferire un aspetto su cui mi riferì Curioni. Nei risvolti dei pantaloni dell’on. Moro al momento del ritrovamento del suo cadavere, fu rinvenuto del terriccio che io so essere del terriccio riconducibile ad una cantina di un’ambasciata che all’epoca trovava sede nei pressi di via Caetani. Ambasciata attualmente non più attiva. Non sono in grado di riferire su quali basi Curioni avesse queste informazioni”.

Roma, capitale da questo punto di vista unica al mondo, ospita oltre alle ambasciate presso lo Stato italiano anche quelle presso la Santa Sede. Da alcune prime ricerche riportate nel libro Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta del presidente della Commissione Giuseppe Fioroni e della giornalista Maria Antonietta Calabrò (Lindau, 2018) si fanno due ipotesi: 1) la residenza dell’ambasciatore cileno presso la Santa Sede, che all’epoca era in corso Vittorio Emanuele 24, nel seicentesco Palazzo Ruggeri, quasi all’angolo con via dell’Arco dei Ginnasi, che immette sulla via delle Botteghe Oscure all’altezza del Palazzo Caetani; 2) la cancelleria e la residenza dell’ambasciatore dell’Argentina presso la Santa Sede erano nel 1978 ospitate nel Palazzo Patrizi, in piazza San Luigi de’ Francesi, sul retro di Palazzo Madama, sede del Senato.

Chi è l’assassino di Moro? Forse Giustino De Vuono

Mons. Fabbri, in commissione, ha infine affermato che mons. Curioni, cappellano di San Vittore per trentadue anni, dedusse, dalle fotografie dell’autopsia di Moro, che il modus operandi dell’assassino di Moro era quello tipico di un criminale di professione, da lui conosciuto al carcere minorile Beccaria di Milano. L’audizione in Commissione Moro-2 – in forma segreta – di un’altra persona in relazione con monsignor Curioni ha integrato questa indicazione, con l’informazione che, proprio sulla base dell’osservazione dei colpi inferti a Moro (un cerchio di colpi intorno al cuore), Curioni avrebbe dedotto che l’uccisore di Moro sarebbe stato Giustino De Vuono. Calabrese, era un ex legionario che frequentava ambienti della criminalità e dell’estremismo politico. Partecipò al rapimento di Carlo Saronio.

La Commissione ha perciò svolto degli accertamenti in relazione a questa convinzione soggettiva di una personalità certo non superficiale come monsignor Curioni, espressa a diverse persone in relazione con lui. Tale verifica non ha però consentito di trovare riscontri probanti di un ruolo di De Vuono nel sequestro Moro, che peraltro fu evocato già all’epoca dei fatti (la sua foto segnaletica era fra quelle diffuse dai mass media, fra i ricercati principali delle Brigate rosse). Se infatti gli spostamenti di De Vuono – allora latitante – tra l’Italia e l’America del Sud sono compatibili con una sua presenza in Italia nel periodo del sequestro, non sono stati rinvenuti elementi certi a sostegno di una sua diretta partecipazione al sequestro Moro.

Rimane tuttavia l’interrogativo rappresentato dall’appunto del Centro informativo della Guardia di finanza di Roma consegnato al ministro dell’Interno la sera del 17 marzo 1978. Nell’appunto si relazionavano le notizie acquisite da una “fonte confidenziale degna di fede” che aveva riferito sulla presenza di Giustino De Vuono (insieme a Lauro Azzolini e Rocco Micaletto, quest’ultimo della colonna brigatista torinese) nella capitale e della probabile presenza del sequestrato in una prima prigione munita di un garage collocata a breve distanza da via Fani. Una zona che, nei due appunti successivi originati dalla stessa fonte, veniva circoscritta alla zona Monte Mario e cioè la zona ove si trovano via Licinio Calvo e via Massimi. Resta quindi aperta la domanda in merito alla presenza di De Vuono in quei giorni a Roma.

Per molti studiosi del caso Moro, fra cui l’on. Grassi, parlamentare pugliese, principale artefice della creazione della Commissione parlamentare Moro 2, Giustino De Vuono rimane il candidato più probabile dell’omicidio di Aldo Moro.  L’on. Fioroni nelle sue conferenze, e nel libro sopra citato, ipotizza invece la partecipazione attiva di componenti della colonna genovese, sicuramente la più militarizzata e spietata, fra i quali trovare l’omicida.

(2 – fine)

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