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Perché all'estero apprezzano i nostri laureati?

Fuga di cervelli? I sempre più giovani laureati italiani che vanno a lavorare all'estero dimostrano una cosa: che le università di casa nostra preparano bene. GIORGIO VITTADINI

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"Mi sono trasferito in Australia sei anni fa, guadagno circa il triplo di quello che guadagnavo in Italia". "Laurea, colloqui, stage di tre mesi in multinazionali, assunto in Italia, ma poi ho scelto la Germania per la sicurezza di carriera secondo criteri meritocratici, validità del contratto, benefit, servizi sociali". "Sto per firmare il mio primo contratto a tempo indeterminato in Irlanda: via dai contratti capestro, dagli stage non retribuiti che avevo in Italia". Sono alcune testimonianze di italiani all'estero raccolte già alcuni anni fa dal sito di Repubblica, "Italiani all'estero, la vostra storia".

Su ilsussidiario.net abbiamo già parlato dell’emigrazione intellettuale italiana. Abbiamo deciso di tornare su questo tema ed approfondirlo, dati alla mano, visto che si tratta di un fenomeno destinato a crescere se, come svela una recente indagine, oltre il 70% di giovani tra i 18 e i 32 anni dichiara che andarsene via dall'Italia sia ormai una necessità ed è pronto a farlo già nel 2016.

Va detto innanzitutto che il fenomeno non interessa solo il nostro Paese: secondo i dati Oecd 2015 in ben quattordici nazioni nel mondo, il 10% dei laureati emigra per trovare lavoro; l’11% tra i Paesi più sviluppati, il 13% nell’Unione europea e l’8% in Italia.

Una ricerca condotta insieme al prof. Furio Camillo di AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che coinvolge la gran parte delle università italiane e oltre il 90% dei laureati, ci offre adesso un quadro più approfondito della questione.

Innanzitutto il trend: dall’inizio della recente grande crisi scoppiata nel 2008, la quota dei laureati italiani che si sono trasferiti a lavorare all’estero è in costante aumento (nel 2013, a 5 anni dalla laurea, questo numero ha toccato il 5,3% del totale).

Le motivazioni. Se il fenomeno dell’emigrazione intellettuale è comune a tutta l'Europa, in Italia sembra maggiormente legato alla mancanza di opportunità professionali in patria, come afferma il 38% degli intervistati, mentre il 24% sostiene di emigrare perché vuole condizioni migliori di quelle che ha a casa, con punte del 63% nel meridione e del 48% per chi ha studiato scienze umanistiche, rispettivamente l'area geografica e il settore disciplinare più deboli sul mercato del lavoro.

Le destinazioni sono i Paesi più sviluppati: l'82% nell’Unione europea, in particolare nel Regno Unito, in Francia e in Germania, mentre un 10% si è recato nel Nord America. Pochissimi di loro sono occupati in filiali straniere di aziende italiane, circa un terzo invece lavora in società estere e un altro terzo in aziende multinazionali (soprattutto ingegneri), mentre circa un quarto sono impiegati in università o centri di ricerca (soprattutto laureati scientifici).

Questo ci porta a un dato estremamente interessante, quello sul livello della preparazione, che testimonia come i nostri giovani siano fortemente competitivi. La metà degli intervistati ritiene che la sua professionalità sia uguale a quella dei colleghi stranieri e il 42% la stima ancora più elevata.