Epifania, un Presente che salva

- Federico Pichetto

L’Epifania è il mistero del presente. Quando sembra che Dio ci abbandoni è allora che siamo certi che ci sta preparando una strada. Occorre solo attendere

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Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi (1423, particolare)

La vicinanza della festa del Natale all’Epifania non deve trarre in inganno: passarono più di due anni tra la notte santa di Betlemme e la visita dei Magi. Due anni lunghi, in cui l’unico segno dato a Maria e Giuseppe fu proprio quel bambino, presenza misteriosa che cresceva in mezzo a loro senza svelare niente di sé al di fuori del proprio esserci.

I due anni di Betlemme non sono solo un tempo storico, ma un tempo teologico, un tempo a cui Dio a volte ci consegna senza altri indizi se non quelli che appartengono alla nostra storia, al nostro cammino. I due anni di Betlemme sono i due anni delle cose iniziate con clamore ed entusiasmo ma che, ad un certo punto, smettono di parlarci e diventano aride o – semplicemente – confuse. Avrò scelto la facoltà giusta? Quella persona lì è la persona con cui posso trascorrere l’avventura della vita? Questo lavoro, che prima mi piaceva così tanto, fa veramente per me? Perché devo continuare ad affrontare questo dolore, questa malattia, questa situazione, se all’orizzonte non sembra esserci niente di chiaro? Ma dove stiamo andando? Forse che Dio si è dimenticato di me?

Maria e Giuseppe, certamente senza tutti i limiti che derivano dal nostro peccato, si interrogavano quotidianamente su quel bambino. Tenendolo in braccio, difficilmente potevano eludere le domande circa la sua identità o riguardo al futuro. Eppure il loro sguardo, la loro percezione della vita, non era quella dello smarrimento o dell’abbandono: essi – ci dice il Vangelo – provavano una così grande gioia che tutto quello che c’era nel presente era superiore ad ogni dubbio sul futuro, ad ogni ombra più o meno consapevole proveniente dal passato.

Quando ci troviamo di fronte alle grandi domande della nostra vita, quando ci sentiamo dispersi o senza una strada, la risposta non sta nel dipanare le questioni del futuro e nemmeno nell’aver chiaro il peso che può aver avuto sul nostro oggi un lontano passato: quando la vita incalza è nel presente che noi siamo chiamati a guardare, per trovare, in quelle circostanze, il punto da cui ripartire. Tutti i pensieri di Giuseppe non potevano competere con quella presenza piena di bisogni che era il bambino Gesù. Tutte le domande di Maria si scioglievano di fronte alla domanda che il piccolino aveva di Lei.

Il presente, come Gesù bambino con Maria, domanda noi, chiede noi, ci richiama ad esserci e a non sprofondare nei pensieri del nostro cuore. Noi non abbiamo altro che questo presente, che la risposta al Mistero che ci provoca in questo presente. Niente nella storia ripartirà, né la società postpandemica né la Chiesa permeata dagli abusi, né una comunità provata dagli eventi o la vita di un singolo sovvertita dai fatti, se non per questa umile sequela all’esserci, all’Essere di Dio.

Quando arrivarono, i Magi non trovarono Maria fuori casa a pensare, ma la sorpresero tutta intenta a rispondere a ciò che aveva davanti. Per questo i loro doni furono – e sono ancora oggi – la fine del Natale: perché dopo quella visita tutto il cammino che i genitori di Gesù avevano fatto nei due anni di Betlemme si riempiva di certezza, di quella conferma di cui avevano bisogno e che non avrebbero mai potuto immaginare che sarebbe loro pervenuta in quel modo.

La stella, i Magi, la strada: tutto era stato pensato in quei due anni per rispondere alle domande che Maria e Giuseppe si portavano appresso. Così come tutto è pensato, anche mentre noi siamo nella notte più buia, per illuminare il nostro percorso. Quando sembra che Dio ci abbandoni è allora che siamo certi che ci sta preparando una strada. Occorre solo avere la semplicità di chi attende, la consapevolezza di chi è certo che il Mistero si incontra e si dipana non in un fulgido ragionamento, né in un caldo sentimento, ma nella forza umile e santa del nostro presente.

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