Quel “Drill, baby, drill” (“Trivella, baby, trivella”) di Donald Trump nel discorso di insediamento c’era da aspettarselo, così come l’uscita dagli accordi di Parigi. E l’invito ad acquistare auto (americane, ovviamente) di qualsiasi tipo e non solo elettriche (certo non facendo un piacere all’“amico” Elon Musk), dimostra che il principio di neutralità tecnologica lo mette in pratica davvero, non si limita solo a parlarne come invece fanno la vecchia Europa e l’Italia.
È pur vero, tuttavia, che qualcosa sembra muoversi nello stanco e fermo continente europeo.
In Germania, ad esempio. Chi vuole può vedersi su internet un surreale dibattito televisivo, ospitato su ZDF nel giugno scorso e oggi particolarmente attuale nel periodo pre-elettorale, tra il capo dei Verdi nonché vice cancelliere e potente quanto influente ministro economico del governo Scholz, Robert Habeck, e il candidato cristiano-democratico – e molto probabilmente prossimo cancelliere – Friedrich Merz.
Il verde ministro, principale responsabile della (assurda, visti i tempi che corrono e i costi dell’energia alle stelle in Germania) completa fuoriuscita dal nucleare, con la prematura chiusura di ben 14 reattori, si permetteva di dichiarare che sarebbe stato possibile continuare a far funzionare le centrali nucleari, ma “la maggioranza del governo non lo voleva”, riconoscendo così che la decisione fu puramente politica (come quella della Merkel dopo Fukushima), con conseguenze negative importanti per l’industria e per il Paese.
Il candidato della CDU, dal canto suo, confermava i due errori fatti: nel 2011 la decisione di uscire dal nucleare, e nel 2023 lo stop degli ultimi tre reattori. Una follia che ha danneggiato non solo l’economia tedesca, ma anche i Paesi vicini, causando forti oscillazioni del prezzo dell’elettricità sui mercati. Inutile ricordare che la CDU è stata ampiamente corresponsabile delle decisioni del governo tedesco sin dal 2011.
Ad ottobre dello scorso anno, intervistato da Handelsblatt, Merz ha addirittura dichiarato che la Germania dovrebbe pensare a partecipare alle nuove centrali nucleari francesi. Una bella conversione sulla via di Berlino.
A completare un quadro in evidente mutamento, la riunione di una settimana fa del Partito popolare europeo, ora il principale partito a Bruxelles, riunito nella capitale tedesca ospite dello stesso Merz. I leader popolari hanno messo nero su bianco il deciso cambio di rotta rispetto al Green Deal: per rilanciare un’economia europea asfittica serviranno meno burocrazia, l’abolizione degli obiettivi legati solo alle energie rinnovabili (introdotti nottetempo dalla popolare von der Leyen, nella lettera al suo commissario all’Energia) e la sospensione degli obblighi di rendicontazione di sostenibilità per le imprese, nonché del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), una tassa sul contenuto di CO2 delle materie e dei prodotti importati in Europa da Paesi extra-UE.
Il motivo di fondo è sempre lo stesso: invertire il trend di perdita di competitività dell’Unione, particolarmente grave in Francia e Germania, anche attraverso un approccio technology-neutral sui temi energetici.
E qualcosa sembra muoversi anche da noi.
Dopo mesi di lavoro, il ministro Pichetto Fratin ha consegnato il disegno di legge-delega sul nucleare alla premier Meloni, con preghiera di discuterlo e approvarlo in una prossima riunione del Consiglio dei ministri. Il testo, redatto con l’aiuto del costituzionalista Giovanni Guzzetta, risulta certamente completo: si prevedono un programma nazionale per il nucleare, un’adeguata campagna informativa e formativa, un riferimento costante agli organismi europei (Euratom) e internazionali (IAEA), misure di promozione e valorizzazione dei territori interessati dalle nuove centrali, l’istituzione di un’autorità di sicurezza indipendente, poi la scelta delle migliori tecnologie nucleari, inclusi SMR (Small Modular Reactors) e AMR (Advanced Modular Reactors), il riconoscimento dei processi autorizzativi già svolti in altri Paesi, le modalità di sostegno alla realizzazione delle centrali. Il tutto, per un nuovo mix energetico nazionale che guardi non solo all’ambiente ma anche alla sicurezza e all’indipendenza energetica e al contenimento dei costi per cittadini e aziende.
Ma, come sempre, il “diavolo” si nasconde nei dettagli.
È scritto che il governo, una volta approvato in Parlamento il disegno di legge-delega, avrà fino a 24 mesi di tempo per redigere i decreti attuativi che tradurranno i principi in legge operativa.
A questo punto, le domande obbligate sono due: quando la delega verrà portata, discussa e approvata in Consiglio? Ma soprattutto, quando sarà calendarizzata la discussione e l’eventuale approvazione in Parlamento?
Lo stesso ministro Pichetto Fratin sembra aver messo le mani avanti, avendo dichiarato che il percorso sarà lungo e si concluderà verosimilmente nel 2027.
La lettura potrebbe essere duplice: è una tempistica adeguata, perché comunque in Italia non si costruirà nulla prima del 2030; oppure è un modo per “buttare la palla in tribuna” e non rischiare nulla sul lato politico, alle prossime elezioni (nel 2027 o prima).
Un indizio che mette in crisi la prima ipotesi di lettura: per istituire e organizzare un’autorità di sicurezza nucleare indipendente e capace, assumendo e formando molte decine di persone, serviranno realisticamente 3-4 anni. Per valutare e licenziare la costruzione di un reattore nucleare, pur ipotizzando di sfruttare il lavoro già fatto da autorità di altri Paesi, serviranno 1-2 anni. Difficile essere pronti agli inizi degli anni 30, bisognerebbe avviare subito il processo.
Un indizio che rafforza la seconda ipotesi: la presidente del Consiglio finora non ha mai citato il nucleare, semmai l’“energia da fusione”. Il suo partito appare spaccato all’interno tra nuclearisti e anti-nuclearisti, tanto che il responsabile energia di Fratelli d’Italia alla Camera ha ribattuto al ministro che ora le priorità per l’Italia in tema di energia sono altre, come abbassare il prezzo del gas. Magari iniziando a comprarne parecchio, ma a prezzi maggiori, dall’amico Trump?
Disegno di legge a parte, rimane un dubbio: cosa faremo da oggi in poi sul tema nucleare dal punto di vista industriale e strategico? Perché i giochi in Europa e in Occidente si stanno facendo ora, con statunitensi, canadesi, inglesi, francesi, assieme a un’altra decina di Paesi UE, impegnati a sviluppare, programmare, finanziare e costruire nuovi reattori. E con una supply chain industriale italiana ancora capace e invidiata da molti. Ma che senza una linea politica nazionale chiara e coesa, senza una leva contrattuale forte nelle discussioni con i governi e con i vendor, dovrà fare come al solito: arrangiarsi.
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