SCUOLA E CORONAVIRUS/ “Tolta la classe, chi sono io?”

- Valerio Capasa

Sono giorni di lezioni a distanza ma l’ansia da didattica online non può trasformarsi in una sorta di infinita tv culturale. Fare scuola è parlare alla vita, è appassionare l’io

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LaPresse
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Sono giorni di lezioni a distanza: al di là dei docenti che si limitano ad assegnare compiti perché “il programma must go on”, i più generosi si stanno improvvisando sulle varie piattaforme digitali, contagiati da un’ansia di didattica online che a tratti mette in scena una sorta di infinita tv culturale (o pseudoculturale, quando i risultati lambiscono l’albertoangelite dei poveri al liceo e la raiyoyite de noantri alle elementari).

Ma dopo qualche giorno di euforia, è il momento di accorgersi che strumenti differenti implicherebbero una logica differente: se in questo frangente la nostra didattica non riformula i suoi tempi e non imbocca la strada dell’essenzialità, della personalizzazione, della continua sollecitazione al protagonismo dell’alunno, del rapporto tra pagine e realtà, tra apprendimento ed esistenza, quando mai lo impareremo?

Cosa significa, infatti, “a distanza”? Non c’è lezione in cui non appaia chiaro che i più a distanza di tutti si chiamano Dante, Leopardi, Catullo, Cicerone: non sono nemmeno collegati in video! La distanza fisica ci presenta prepotentemente il problema di sempre: cosa rende vicine pagine tanto lontane? cosa c’entrano, cioè, questi argomenti con il nostro presente? cosa se ne fa un bambino delle elementari che non può giocare a pallone dell’esoscheletro degli artropodi? e un liceale in crisi d’astinenza da sabato sera che nesso trova con Platone e il Congresso di Vienna?

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L’ossessione del programma era folle ieri ed è ancora più folle oggi, se certe pagine non ci aiutano a vivere senza affogare nel nulla: perché mai dovrei studiare questo argomento? e per chi, se nessuno mi interrogherà domani? Vale la pena fare lezione, studiare, leggere, educare, investire tempo ed energie? per cosa? per chi?

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Il senso dello studio, d’ora in poi, non può essere una parola vuota, un optional per pochi spiriti poetici: è un’urgenza, senza cui le giornate si trascinano come pantofole. L’attuale retorica dell’“andrà tutto bene” non toglie che, per adesso, «la lentezza dell’ora è spietata per chi non aspetta più nulla», come scriveva Cesare Pavese. Liliana lo sintetizza così: «La cosa che mi rende ancora più triste è pensare che io possa sprecare tutti questi giorni facendomi travolgere dal vortice della pigrizia e del telefono, non riesco a fare nulla, è sempre un rimandare al giorno dopo. Mi sembra un incubo peggiore dell’estate». Non è il caso allora di accanirsi su una pagina in più o in meno, perché quel che serve è scoprire l’incidenza della scuola rispetto ai nostri problemi.

Ecco perché esiste una distanza ancora più terribile, ed è quella dal nostro io, come avvertiva ancora Pavese: «ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di granturco e da tutti i cieli vuoti». Cosa ci rende presenti a noi stessi? Aveva ragione Heiddeger: «Questa fretta di sopprimere ogni distanza non realizza una vicinanza; la vicinanza infatti non consiste nella ridotta misura della distanza» (La cosa). Tutto il nostro assillo su Meet o su Zoom non può eludere l’interrogativo sostanziale: «che cos’è la vicinanza»? Quella con se stessi, che non sarà mai vinta da uno schermo né da un’aula, come neanche da una casa in cui ci si ritrova improvvisamente insieme e magari non ci si sopporta, perché – oltre le narrazioni da Mulino Bianco – «anche nelle case più spaziose non c’è spazio per verifiche e confronti», come cantava Gaber (La strada).

Nelle lezioni a distanza tornano le dinamiche che conosciamo: chi era presente a se stesso in aula è di solito protagonista anche dietro uno schermo; chi si eclissava in classe adesso disattiva la fotocamera o gioca a rimuovere gli altri partecipanti. Del resto non la avvertivamo, la distanza, anche dentro l’aula? Torneremo ad abbracciarci, sì: ma non l’abbiamo provata tante volte, sulla nostra pelle, l’evanescenza dei triplici abbracci a vuoto dell’oltretomba classico?

Ora che sono diventate intrattenimento anche la paura, la morte, la scuola, saremmo ingenui se ci illudessimo di poter riempire il vuoto attraverso qualche attività, continuando cioè a concepirci come consumatori: di piattaforme digitali come prima e dopo di vario fitness fisico, mondano o culturale.

Giulia l’ha capito: «Cosa significa per noi questo cambiamento improvviso che ha sconvolto la nostra realtà? Ora non si va a scuola, non siamo obbligati a fare i compiti, non c’è l’ansia del giorno dopo, niente impegni. Il tempo ad un tratto si è dilatato, niente più scansione delle ore, solo un grande buco nero che ci minaccia in continuazione. Ora che andiamo a briglie sciolte, ci sentiamo tutti un po’ soli e disorientati in un male comune, ma in questo momento possiamo decidere noi cosa fare del nostro tempo: abbiamo una straordinaria opportunità di fare molto o di non fare niente. Vagare nel nulla, guardare serie tv, chiacchierare qua e là delle news, studiare qualcosa quando capita nel corso della giornata, tutto questo seguendo la strada che abbiamo percorso fino ad adesso e che non ci ha portato a niente o a ben poco. Come siamo abituati a nasconderci dietro centomila maschere, ora ci può risultare molto semplice nasconderci dietro uno schermo, ma quando spegni il computer o il cellulare, rimani tu, solo con te stesso. Sembra quasi di essere rinchiusi in un castello delle fiabe con uno sconosciuto, colui che ha sempre vissuto con te, ma che non hai mai degnato di uno sguardo perché eri sempre impegnato a svolgere i tuoi doveri (che poi, che doveri sono quelli che ti allontanano da te stesso?) e anche, perché no, i tuoi piaceri. Ora che tutto è fermo (le attività sono sospese e non si può incontrare nessuno) non puoi più ignorarlo e ci dovrai fare i conti per tanto tempo».

È quest’ospite sconosciuto che vuole essere guardato negli occhi: si è messo ad abitare a casa nostra e non intende andarsene. È il nostro io, l’estraneo che affascina e tormenta le suore di clausura, i pastori erranti sotto i cieli stellati, i malati nelle corsie degli ospedali, i soldati in trincea, i vecchi nelle case diventate vuote. Tolte le occupazioni e le distrazioni, se non cerchiamo chi e cosa ci strappa davvero dal Nulla, ne veniamo inghiottiti, e il Nulla non è un fantasma alla portata di qualche strategia didattica, come il coronavirus non si batte con l’ibuprofene.

Peccato per chi non se ne accorge, e crede che passerà presto, che un giorno torneremo a spiegare e a interrogare, lamentandoci di essere indietro col programma e convinti di poterci lasciare alle spalle il dramma e il mistero, l’evidenza della nostra ontologica fragilità.

Il deserto di questi giorni possiamo colorarlo con tutti gli arcobaleni che vogliamo, ma deserto rimane: e la muta domanda di queste mattine – tolta la classe, chi sono io? – sarà la frequenza dei deserti segreti dei nostri alunni e dei nostri colleghi, che per un attimo si sono finalmente affacciati oltre il sipario delle ore di lezione, e chiedono che la scuola abbia qualcosa da dire alla vita, che uno sguardo, una pagina, una lezione siano il «campo di granturco» capace di bruciare la distanza.

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