«Musica senza tempo. È questo che sto cercando di fare. Per me la musica è sempre stata una questione di melodie. Sono melodie che risalgono a centinaia di anni fa, con forme e modalità diverse. Nelle mie vene scorre musica». «Se qualcuno ti chiedesse chi sei? Qual è la tua storia?». «Io sono Tim». Inizia così, con una particolare familiarità, ‘Avicii – I’m Tim’ il nuovo documentario sulla vita del dj e produttore svedese Tim Bergling, disponibile dal 31 dicembre sulla piattaforma Netflix. La bellezza del film di Henrik Burman – che ci ha lavorato dal 2019 scegliendo tra centinaia di filmati privati di Tim, foto e video inediti e video ripresi da internet (youtube e altre piattaforme) uniti a interviste ai suoi genitori, amici e colleghi – è che dà voce proprio a Tim, come a una presente “musica senza tempo” dalla sua nascita alla sua prematura morte.
«Io sono Tim» è dentro queste parole, trasmesse mentre è su una spiaggia alzando gli occhi al cielo, che s’intrecciano i primi suoi battiti. È l’inizio, l’esplosione, di un intimo viaggio. La sua nascita, gli emozionanti abbracci con mamma e balli con papà, la familiarità con la musica che respira fin da piccolo, l’infanzia e l’adolescenza nei quartieri di Stoccolma. Il desiderio innato di fare qualcosa di creativo e di come il software musicale Eiffel studio gli abbia cambiato la vita. L’amicizia con Filip “Philgood” Akesson, con il quale passa il tempo a casa a fare musica solo per il gusto di farlo. E poi l’incontro con “Ash”, Arash Pournouri (socio, coproduttore, coautore, produttore esecutivo e manager 2008-2016) che dalla sola e piccola ambizione di poter suonare alle feste con i suoi amici, lo porta all’improvviso a ritrovarsi in tour internazionali facendolo diventare uno dei più grandi dj e a salire sui palchi con colleghi come Madonna. L’accordo geniale per “Levels” lo porta ad avere un tour manager. Inizia ad avere collaborazioni importanti: Audra Mae, Nile Rodgers, Chris Martin, David Guetta, Dan Tyminski, Aloe Blacc.. Ci sono molti filmati che lo vedono in sala di registrazione con amici e colleghi, «entusiasta come un bambino in un negozio di caramelle spinto da una continua voglia di esplorare e progredire». (Johnny Tennander).
Ma poi il successo lo porta a snaturarsi, ad avere problemi con l’alcol e gli antidepressivi. Dimagrisce in modo eccessivo.
Iniziano a non definirsi più i confini tra Avicii e Tim che lo portano ad odiare la sua stessa musica: «Rincorrevo un’idea di una felicità che non era la mia. Non mi piaceva essere un personaggio. Interpretare qualcun altro. Ero costretto ad essere Avicii ma io volevo essere Tim. Volevo essere la persona che amava salire su quel palco. Non mi piaceva neanche più fare musica perché gli impegni erano troppi. Non sapevo come risolvere il problema». Così si chiude il rapporto di lavoro con Ash. E Tim cambia strada. Cancella tutti i tour, inizia a viaggiare per il mondo, a meditare e a scrivere il suo ultimo album – uno dei suoi più grandi capolavori – “Tim”.
‘Avicii – I’m Tim’ è veramente un viaggio intimo e particolare. Alla ricerca di quella “fedeltà a se stessi” che Tim voleva ritrovare. Forse però c’è qualcosa che manca. Forse perché in fondo c’era qualcosa di inafferrabile in Tim che era inafferrabile anche per lui? Presente è la denuncia, senza puntare il dito, a un mondo discografico frettoloso, certo. Eppure non l’ha ucciso quello. La drammaticità è che è proprio quando sembrava che si sentisse meglio che si è suicidato. C’è qualcosa che manca anche nelle parole drammatiche di Aloe Blacc che citando la canzone SOS dice di aver recepito solo una richiesta di aiuto.
Appena dopo la sua morte la famiglia scrisse: «Il nostro amato Tim era una persona che cercava incessantemente qualcosa, una fragile anima artistica alla ricerca di risposte a domande esistenziali. Ha davvero lottato con i pensieri sulla vita e sul suo significato, sulla felicità. Non poteva più andare avanti. Voleva trovare la pace.»
C’è un momento fondamentale nel documentario in cui Tim suona al Miami Ultra Music Week. Per una mezz’ora il pubblico lo acclama perché sul palco c’è sempre il solito Avicii. Poi Tim cambia rotta. Sul palco porta l’essenzialità, la nudità di Hey brother e Wake me up. Porta quella “fragile anima artistica alla ricerca di risposte a domande esistenziali”. «Hey brother do you still believe in one another? Hey sister do you still believe in love?» ( Hey fratello credete ancora l’uno nell’altro? Hey sorella credi ancora nell’amore?). E il pubblico lo fischia.
Ecco forse manca l’approfondimento di quell’intimità controcorrente per descrivere la fragile anima artistica di Tim. Un’anima mai tranquilla. Forse manca l’intimità delle sue domande e della sua musica geniale, sempre in lotta, e con in sé qualcosa in più di una semplice richiesta di aiuto.«I can feel your touch pickin’ me up from the underground». (Riesco a sentire il tuo tocco che mi solleva da sottoterra).
“Quella melodia senza tempo” che solo ascoltando ci fa intuire chi era Tim. Sentire che, nella lotta, quella “felicità” lui l’ha toccata. Il suo ultimo album è drammaticissimo, è vero. Ma le domande in Sos: Can you hear me? o in Heart Upon My Sleeve: Where are you?, che fanno vibrare le corde del cuore, è come se fossero anche “preghiere” per aiutare e non far sentire soli chi oggi come lui ha la sua fragile anima. Un’anima mai tranquilla. È come se quelle domande, trasformate in una “melodia senza tempo”, valorizzino quel non essere mai tranquilli e diano anche un’ inspiegabile pace. Quella che cercava lui.
«La tenda dovrebbe resistere a lungo, vero papà?» chiede un piccolo Tim al padre che lo riprende dentro a una tenda da campeggio. «È vero!». Resisterà la tenda Tim, come resisterà la tua musica senza tempo. Grazie.