La stagione cinematografica continua nelle arene estive e sulle piattaforme. Proponiamo titoli sull’impegno a combattere per la verità e il bene comune, sostenuti dalla speranza. Il primo proviene da un piccolo Paese dell’Oriente.
È da poco uscito nelle sale C’era una volta in Bhutan di Pawo Choyning Dorji, il bravo regista, oltre che scrittore e fotografo, che nel 2022 era stato candidato all’Oscar per la sua opera di esordio Lunana – Il villaggio alla fine del mondo. Nel suo primo film ci aveva incantato immergendoci in una natura incontaminata e meravigliosa, in mezzo a rapporti autentici e delicati. Con la recente opera, premiata al “Roma Film Festival”, lo sguardo sul piccolo Paese della catena himalayana situato tra la Cina e l’India, ancora una volta protagonista della pellicola, diventa più acuto e capace di leggerezza e ironia.
L’evento realmente accaduto da cui parte il racconto sono le elezioni decise nel 2006. Infatti, il sovrano regnante, che già aveva ceduto parte dei suoi poteri assoluti, dopo 34 anni di regno abdica a favore del primo figlio maschio, affidandogli il compito di indire le prime elezioni democratiche del Paese e trasformare così il Bhutan in una monarchia costituzionale. Un cambiamento inimmaginabile per una terra decisamente arretrata e non raggiunta dalla modernità, che tuttavia vive in profonda armonia, tanto da essere stata classificata come il Paese con il più alto tasso di felicità. Vengono perciò inviati nei villaggi rurali funzionari statali per spiegare agli abitanti, che spesso non conoscono neppure la loro data di nascita, i meccanismi di voto. Si organizza anche un’esilarante simulazione della tornata elettorale inventando tre partiti, il rosso, il blu e il giallo, che rispecchino valori come la giustizia, il progresso economico e la tradizione, comprensibili anche a persone semplici, del tutto ignare dell’importanza della democrazia.
Ma la prospettiva democratica, in un mondo così lontano dai valori occidentali, ha effetti a tratti comici, esattamente come la tardiva introduzione nei bar dei villaggi della televisione, che trasmette film di James Bond a spettatori che quasi non sanno che cosa siano le armi, mentre qualche avventore chiede la coca cola chiamandola acqua nera. Maldestri tentativi di adeguarsi alle società più avanzate in una terra ancora salda nella sua visione armoniosa della vita, trasmessa dalla tradizione buddhista. Tanto radicata che non suscita alcuno stupore incontrare un giovane monaco che dopo essersi procurato un fucile per il Lama locale lo porta tranquillamente in spalla per i sentieri di montagna (non sapendo il perché, se non che il suo capo spirituale ha detto che deve “mettere le cose a posto”). Non a caso il titolo originale del film è The monk and the gun: appunto, il monaco e il fucile…
È questa la seconda storia che scorre accanto alla “propaganda elettorale” in vista della trasformazione del Regno, che in realtà comincia a dividere le famiglie, creando dissapori tra moglie e marito e persino tra i bambini a scuola, suscitando tensioni tra abitanti da sempre gentili e accoglienti tra loro, pronti al dialogo e alla tolleranza. Ma come mai un vecchio saggio chiede a un monaco di procurargli delle armi, proprio lui instancabilmente dedito alla meditazione e alla ricerca della pace interiore? E che cosa c’entra in questo repentino cambiamento politico un avido collezionista-trafficante d’armi americano, che a tutti i costi vuole proprio quel fucile antico che il proprietario ha deciso invece di donare al suo anziano Lama? I passaggi imprevedibili, che ovviamente non vi sveliamo, rendono accattivante e sorprendente lo sviluppo della vicenda e il finale non può che confermare l’ammirazione per il popolo del Bhutan.
Profondamente religiosa, la comunità locale ha un fortissimo senso di appartenenza e segue gli insegnamenti del Buddha, che regolano senza scossoni la sua vita da più di 2500 anni. Sono uomini semplici ma meditativi, profondi e disponibili gli uni verso gli altri, totalmente lontani dall’idea che si possano risolvere i conflitti con le armi, tanto amate invece dal collezionista americano che, a detta dell’interprete bhutanese che lo accompagna nella sua ricerca di un fucile di grande valore, abita in “un Paese dove esistono più armi che uomini”. Al contrario è con la gentilezza che il re ha voluto portare i suoi sudditi ad accogliere la sovranità popolare come possibilità di costruire un futuro prospero per il Paese.
Ma il popolo stesso non rinuncia alla sua tradizione, unica garanzia di unità, distinguendo chiaramente il suo destino da quella democrazia relativista e individualista che sta distruggendo il mondo occidentale e i suoi valori, facendogli perdere persino il gusto della partecipazione e trasformando il dialogo in un conflitto permanente, per l’incapacità di ascolto della posizione dell’altro.
C’era una volta in Bhutan, pur provenendo da un mondo lontano e meno sviluppato rispetto al nostro, è un film che con la sua pacata ma acuta ironia suscita riflessioni profonde sul progresso, la ricchezza, la modernità e in qualche modo ci interpella sulla bontà delle nostre scelte, spesso presuntuose e avventate, in campo politico sociale e scientifico. E forse la saggezza di un popolo che sa vivere con semplicità autentica e non superficiale, ha qualcosa da dirci anche a proposito di ciò che non possiamo e non dobbiamo dimenticare proprio in un contesto sociale progredito come il nostro: la bellezza di preservare un destino umano e dignitoso per ogni uomo del nostro tempo.
Nelle prossime settimane proporremo altri due film, sempre in un’ottica di impegno e speranza per il bene comune.
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