Scott Bessent sarà il segretario del Tesoro dell’Amministrazione Trump che verrà inaugurata settimana prossima. Bessent ha avuto la fortuna, dopo una laurea a Yale, di lavorare con Stan Druckenmiller, allora capo degli investimenti di Soros, durante i mesi del crollo della sterlina all’inizio degli anni ’90 e poi di proseguire una carriera di successo come gestore di fondi hedge. Nel frattempo ha insegnato storia economica a Yale. Nessuno, o ben pochi, meglio di lui hanno i mezzi per capire la particolare congiuntura in cui si trovano gli Stati Uniti.
Stan Druckenmiller, il suo vecchio “capo” da Soros, da anni evidenza gli squilibri fiscali e finanziari dell’America e la loro insostenibilità. Giovedì, nel corso dell’audizione al Senato, lo stato dei conti pubblici americani è stato uno degli argomenti più gettonati; è ormai di dominio pubblico, oltre che opinione bipartisan, osservare la stranezza di un deficit al 7% e a livelli mai visti al di fuori di recessioni e guerre mondiali. L’altro argomento che ha dominato l’audizione è stato quello dei dazi che il Presidente eletto ha minacciato prima durante la campagna elettorale e ancora negli ultimi mesi. Imporre dazi significa alzare i prezzi e, al contempo, esporre alcuni settori a ritorsioni che possono essere particolarmente dannose per le economie di alcuni Stati americani; per esempio quelli più rurali, dove si coltiva per l’esportazione, in cui si è votato in massa per Trump.
Il deficit americano è una parte degli squilibri americani che includono un deficit commerciale record, una bilancia dei pagamenti in peggioramento e una posizione netta sull’estero in profondo rosso. Oggi l’inflazione scende, ma non i prezzi ovviamente, e questo, per ora, aiuta. Durante gli anni di Biden l’Amministrazione americana ha privilegiato l’emissione di titoli di debito a breve scadenza, per risparmiare sugli interessi, ma, nonostante questo, l’anno prossimo si spenderanno tra i duecento e i trecento miliardi di dollari in più in interessi del 2024.
Bessent spiega di voler riportare il deficit al 3% tagliando la spesa discrezionale, ma senza toccare quella per la sanità pubblica, stimolando la crescita. Difficile che i tagli cadano sulla spesa per la difesa in questo contesto; anzi è probabile che servano più fondi. Farebbe comodo se i tassi non salissero e meglio ancora se scendessero, ma per questo serve che l’inflazione non salga. Al contempo l’America ha bisogno dei dazi contro i Paesi che commerciano “fuori dalle regole”, Cina in primis, e nel frattempo inasprisce le sanzioni contro uno dei maggiori produttori globali di materie prime e cioè la Russia. Bessent, però, non vuole ripetere la “grande inflazione” del 2022 e 2023.
La via in cui gli Stati Uniti possono crescere, nonostante i tagli alla spesa pubblica, tenendo sotto controllo l’inflazione, nonostante i dazi, mentre riequilibrano la bilancia commerciale senza che i tassi salgano troppo è molto stretta. Si suppone che i competitor dell’America, economici o geopolitici, nel frattempo non stiano a guardare perché la normalizzazione degli squilibri apre una fase di volatilità. In questo percorso ci sono però alcune certezze chiaramente identificabili nella dichiarazione con cui Bessent ha inaugurato l’audizione.
Gli Stati Uniti devono presidiare le catene di fornitura critiche per la sicurezza nazionale. Questo significa assicurarsi metalli e materie prime e rilanciare l’attività mineraria domestica. L’America si vuole assicurare che il dollaro rimanga la valuta di riserva e, come emerge dall’audizione, è disposta a imporre sanzioni contro chi si oppone. Gli Stati Uniti vogliono creare un ambiente favorevole alla crescita, con poche regole e tasse basse e vogliono liberare la produzione di energia americana; si intende, in questo caso, idrocarburi e nucleare, per cui però servono anni. Data la fragilità delle condizioni finanziarie americane non è pensabile gravare l’economia di costi, tasse o regole non necessarie e bisogna mettere l’economia al riparo da eventuali problemi geopolitici. Bessent notava tra l’altro che la Cina, ritenuta campione dell’economia green, nel 2023 ha aperto cento nuove centrali a carbone.
La strategia dell’Amministrazione Trump, oltre all'”America first”, è improntata a un realismo estremo in cui ha posto la consapevolezza della fragilità finanziaria e dei rischi geopolitici. Tutto l’opposto dell’approccio europeo in cui si dà per scontato il benessere raggiunto e che non ci sia limite alla quantità di costi e di regole che si possono imporre a consumatori e imprese. Nemmeno uno sguardo, tra l’altro, alle catene di fornitura che sostengono la transizione energetica decisa in Europa e che affondano in quella Cina che Trump ha messo nel mirino. Un numero tra i tanti: il 98% dei pannelli solari venduti in Europa, ci spiega l’Eurostat, arriva da Pechino.
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